sabato 7 aprile 2012

ATENA (MINERVA)



Dea guerriera per eccellenza, Atena, la Minerva romana, è l’alter ego di Ares, il selvaggio signore delle battaglie e dei conflitti. Quanto questi è crudele, istintivo, sanguinario, tanto Atena mantiene il controllo di sé e delle sue passioni anche nel tumulto dei combattimenti. La ragione guida ogni suo pensiero e decisione, ed è per questo che gli antichi Greci le attribuivano il patronato sulle strategie e sulle tattiche militari, oltre che la paternità di molte macchine belliche.
Figlia di Zeus e di Meti “La Prudente”, Atena fondeva in sé le prerogative dei suoi due illustri genitori. In lei il valore e la forza ereditati dal padre non erano mai disgiunti dal raziocinio materno, e per questo era considerata dai Greci la seconda divinità più potente dell’Olimpo, l’unica che poteva presiedere con identica saggezza ai tempi di guerra e a quelli di pace.

GENEALOGIA DI ATENA

Eccezionale sin dalla nascita, Atena uscì già armata dalla testa di Zeus che, afflitto da una terribile emicrania, aveva ordinato a Efesto di aprirgli la nuca con un colpo d’ascia. Ma non meno insoliti erano stati gli antefatti di questo parto straordinario. Dopo aver posseduto la prima moglie, Meti, Zeus si era infatti impaurito, poiché Urano e Gea, suoi antenati, gli avevano predetto che da quelle nozze sarebbe nato un figlio destinato a detronizzarlo. Il signore dell’Olimpo aveva perciò convinto Meti a trasformarsi in una goccia d’acqua e poi l’aveva ingoiata viva, crescendo dentro di sé la figlia che la moglie attendeva. Nata già adulta, Atena si dimostrò sin dal principio inattaccabile dalle passioni d’amore. Ciononostante gli antichi le attribuivano un figlio, Erittonio, per metà uomo e per metà rettile, nato da un tentativo di stupro da parte di Efesto. Questi aveva cercato di possedere con la forza la dea, ma era riuscito solo a spargere il suo seme sulla gamba di Atena che, disgustata, lo aveva pulito con una foglia. Poi aveva gettato la foglia al suolo, ingravidando così la Terra Gea. Dopo il parto di Gea, Atena si prese cura di Erittonio, prima affidandolo alle tre figlie di Cecrope, re di Atene, poi, dopo che queste avevano disubbidito  alla sua prescrizione di non guardare il piccolo, allevandolo nel sacro recinto del suo tempio sull’Acropoli.

AL FIANCO DEGLI EROI

Da Omero in avanti, non si contano i racconti mitologici in ci Atena ha il ruolo di protagonista o di motore occulto degli avvenimenti. Nell’Iliade, per esempio, la dea interviene a più riprese al fianco dei Greci, proteggendo e sostenendo le imprese dei suoi eroi preferiti, come Diomede e Ulisse. Non meno rilevante il suo ruolo nella conquista del Vello d’oro da parte di Giasone, non fosse altro per il sostegno fornito all’eroe nella costruzione della nave Argo. E decisivo è l’intervento di Atena anche nella saga di Eracle, che la dea prende sotto la sua ala protettiva sin dalla prima fatica. Il rapporto strettissimo tra la dea e la città di Atene trova invece espressione nella leggenda che la vuole in lite con Poseidone per la conquista del patronato sulla polis, uno scontro in cui Atena prevalse donando alla cittadinanza una pianta di ulivo (mentre il dio del mare aveva fatto scaturire dalla roccia una sorgente di acqua salata). Ma anche altre città greche avevano un legame speciale con Atena, e tra queste Sparta, che alla dea aveva dedicato un grande tempio sull’Acropoli con le pareti interne rivestite di bronzo. All’infanzia della dea si riferisce infine una leggenda diffusa dall’erudito greco Pseudo-Apollodoro nel II secolo d.C. Secondo questo racconto mitologico, Atena, dopo la nascita, sarebbe stata allevata dal dio Tritone, che aveva a sua volta una figlia di nome Pallante. Le due fanciulle amavano esercitarsi tra loro nell’arte del combattimento, fino a che, accidentalmente, Atena non uccise la compagna, distratta da un intervento di Zeus. Disperata, la dea fece allora costruire una statua che riproduceva le fattezze dell’amica, il Palladio, e la collocò sull’Olimpo accanto al trono di Zeus.


SPIRITO GUERRIERO

Nella Titanomachia, la violenta guerra tra Olimpi e Titani per il controllo dell’universo, Atena manifesta il proprio spirito guerriero uccidendo ben due Giganti: il feroce Pallante, con la cui pelle si fodera lo scudo, e il mostruoso Encelado, che sotterra gettandogli addosso l’intera Sicilia.

IL SOGNO DI NAUSICAA

Nell’Odissea, Omero fa intervenire più volte Atena in aiuto di Ulisse. È celebre per esempio l’episodio in cui la dea appare in sogno a Nausicaa, figlia del re dei Feaci Alcinoo, inducendola a recarsi a lavare i panni al fiume. Qui la giovane incontra Ulisse, nudo e reduce da un rovinoso naufragio, e gli fornisce le vesti per recarsi a corte e chiedere ad Alcinoo una nave per tornare a Itaca.

IL DONO DELLA PROFEZIA

Secondo il mitografo greco Pseudo-Apollodoro, fu Atena ad accecare l’indovino Tiresia, che per sbaglio l’aveva vista nuda mentre faceva il bagno. Poiché tuttavia il giovane non aveva colpe dell’accaduto, ed era figlio di una ninfa cara ad Atena, la dea lo risarcì accordandogli il raro dono della profezia.

SFIDA AL TELAIO

Uno dei miti più suggestivi su Atena è quello che racconta la sua sfida al telaio con Aracne, una fanciulla abilissima nell’arte della tessitura. Fiera delle sue capacità, Aracne volle un giorno competere con Atena, che inutilmente le si presentò nei panni di una vecchia esortandola a recedere dalla sua arroganza. La ragazza, convinta di non aver bisogno di consigli, la coprì di insulti. La dea allora si rivelò, e la sfida ebbe inizio. Atena realizzò un arazzo che raffigurava gli dèi nella loro maestà, mentre Aracne, in segno di scherno, rappresentò sul suo tessuto gli amori adulterini di Zeus. Il suo lavoro era perfetto, ma Atena, adirata per la scelta del soggetto (e forse timorosa di essere sconfitta) fece in pezzi la tela della rivale. Umiliata, Aracne tentò allora di impiccarsi, ma Atena non glielo permise, e la trasformò in un ragno costretto per l’eternità a filare e tessere il filo a cui è appeso.

UN CULTO DIFFUSO

Atena era, insieme a Zeus, la divinità più venerata dell’Olimpo greco, e il suo culto permeava in pratica tutte le aree di cultura ellenica, dalla Grecia propriamente detta all’Asia minore fino all’Italia meridionale. Tale diffusione era favorita dal gran numero di requisiti e poteri attribuiti alla dea. In particolare concorreva al successo di Atena il ruolo, universalmente riconosciuto, di protettrice dello Stato e di tutto ciò che allo Stato poteva arrecare autorità e benessere: dall’amministrazione della legge al corretto svolgimento della vita democratica (l’assemblea del popolo era posta sotto la sua tutela), dalla difesa dei confini in tempo di guerra alla tutela dell’ordine pubblico in tempo di pace. Ad Atena, inoltre, era assegnato il patronato sull’agricoltura, in virtù del suo ruolo determinante nell’introduzione della coltivazione dell’ulivo in Attica, oltre che la tutela di tutti i mestieri e le attività  artigianali (tra cui l’oreficeria e la tessitura).
Dea della saggezza e della razionalità, Pallade Atena (l’epiteto era forse traccia di una preesistente divinità riassorbita nel suo culto) era frequentemente associata alla filosofia e alle altre attività intellettuali; ma più spesso la si venerava in quanto dea delle arti, funzione nella quale tendeva a soppiantare persino le Muse. Anche la musica rientrava negli ambiti di Atena, tanto che alcune leggende le attribuivano l’invenzione della tromba e del flauto, strumento di cui, secondo un mito, si sarebbe sbarazzata dopo essersi accorta di quanto la imbruttisse suonarlo. Alla protezione della dea si affidavano infine gli studenti prima degli esami e gli atleti, ateniesi e non, che partecipavano ai Giochi panatenaici, la più celebre tra le manifestazioni sportive organizzate in suo onore.


IL VOLTO PAGANO DELLA VIRTU’

Casta, saggia, prudente, Atena non poteva che essere apprezzata dalla cultura cristiana postclassica, che ne fece spesso l’incarnazione della temperanza contrapposta al vizio (per esempio nei dipinti Il trionfo della virtù, di Andrea Mantegna, e Minerva e il Centauro, di Sandro Botticelli). Molto frequente anche l’antitesi tra la saggia Atena e la passionale Afrodite (per esempio in un sonetto del 1602 di Lope de Vega) e l’interpretazione allegorica della dea come personificazione delle arti e delle scienze. Con l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese, la figura di Atena (dal cui nome deriva il termine “ateneo”) passò a simbolizzare le virtù della libertà e del regime repubblicano. Il francese Ernest Renan le elevò un vero e proprio inno in prosa nella Preghiera sull’Acropoli (1865), mentre autori come Ugo Foscolo (Le Grazie) e Vincenzo Monti (Inno a Pallade), la omaggiarono come emblema perfetto di bellezza, virtù e civilizzazione.

GIASONE



Valoroso e opportunista, insensibile e temerario, Giasone è l’eroe più controverso del mondo greco. In lui l’audacia si mescola spesso all’irresolutezza, e il senso dell’onore lascia il posto al calcolato cinismo con cui sfrutta i sentimenti dell’amante Medea per conquistare il Vello d’oro. Un personaggio ambiguo e sottilmente “odioso”, un “antieroe” radicalmente diverso dagli epici guerrieri dei poemi omerici.
Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, il suo principale cantore, Giasone è descritto come inadeguato, fragile, indeciso, scialbo, un semplice ingrediente di un poema epico incentrato sulla figura di Medea, ben più forte e risoluta di lui. Eppure Giasone è uno dei più antichi eroi classici, preesistente persino ai personaggi di Omero. Una figura venerata in molte città greche, che in lui riconoscevano il simbolo dell’espansione ellenica in Asia Minore.

GENEALOGIA DI GIASONE

A differenza di molti altri eroi greci, Giasone non ha, tra i suoi parenti più immediati, eroi o divinità. Suo padre, infatti, è Esone, figlio del re di Tessaglia Creteo, defraudato del trono dal fratellastro Pelia, che prima lo imprigionò e poi lo uccise. Quanto alla madre, in genere veniva identificata con Polimede, figlia dell’astuto Autolico, noto per le sue ruberie e per il fatto di essere il nonno di Ulisse. Altre fonti sostengono invece che a generare Giasone fosse stata Alcimede, figlia di Filaco e Climene, che restò al fianco di Esone anche durante i duri anni della prigionia, e si suicidò quando questi venne messo a morte da Pilia. Privo di legami diretti con gli Olimpi (ma tra i suoi antenati più lontani figuravano Ermes, padre di Autolico, e Zeus, bisnonno di Creteo), Giasone si ricollegava al mondo delle divinità attraverso la moglie Medea, il cui padre, Eete, era figlio del dio del Sole Elio, mentre la madre Idia era il frutto dell’unione tra Oceano, dio delle acque, e Teti. Inoltre, in quanto discendente di Eolo, padre di Creteo, Giasone apparteneva alla stirpe di Deucalione, rifondatore del genere umano dopo il diluvio voluto da Zeus.

UNA VITA IN FUGA

Sopravvissuto per miracolo al colpo di stato di Pelia, che aveva ucciso tutti gli altri figli di Esone, il piccolo Giasone fu cresciuto in una grotta dal centauro Chirone, che lo educò all’arte della guerra e della medicina. Poi, una volta adulto, tornò a Iolco, in Tessaglia, con l’intenzione di rivendicare il trono che gli era stato sottratto. Vestito con una pelle di pantera, si presentò a Pelia, che al solo vederlo ne ebbe timore: un oracolo, infatti, gli aveva predetto che sarebbe morto per mano di un uomo con un solo piede calzato. E Giasone, per scelta o per caso, quel giorno indossava un unico sandalo. Deciso a togliere di mezzo il rivale, Pelia finse dunque di assecondarlo, dicendosi disposto a cedergli il trono a condizione che egli portasse a Iolco il Vello d’oro, prezioso manto d’ariete in possesso del re della Colchide Eete. Era certo, Pelia, che il nipote sarebbe morto nell’impresa. Ma Giasone, con il sostegno di Atena, allestì una spedizione a cui parteciparono tutti i più grandi eroi greci, ribattezzati Argonauti dal nome della nave su cui viaggiavano. E insieme a loro – e con l’aiuto di Medea, figlia adolescente di Eete che si era innamorata di lui – si impradonì del Vello. Tornato a Iolco, Giasone ricorse alle arti magiche di Medea per eliminare Pelia, che aveva ucciso suo padre Esone. Poi cercò di sostituirlo sul trono, ma Acasto, figlio di Pelia, riuscì a cacciarlo dalla città. Per Giasone e la moglie Medea iniziò così una lunga serie di peregrinazioni che li condussero infine a Corinto. Qui l’eroe conobbe Glauce, bella figlia del re Creonte, e se ne innamorò. Ripudiata la moglie per la nuova amante, Giasone fu vittima della vendetta di Medea, che prima uccise Glauce con una veste stregata e poi massacrò i due figli nati dal suo matrimonio con l’eroe. Fuggì quindi in cielo su un carro alato, mentre Giasone, in disgrazia presso gli dèi, lasciava Corinto per un esilio conclusosi con la morte.


IL VELLO D’ORO

Nel suo nucleo originario, il mito della spedizione degli Argonauti alla ricerca del Vello d’oro è antichissimo: già Omero, nell’Odissea, mostra infatti di conoscere le imprese di Giasone e dei suoi compagni. A dare dignità letteraria al racconto fu però Apollonio Rodio, erudito di epoca alessandrina che, nel poema Le Argonautiche, narrò la spedizione nei minimi particolari. Il racconto di Apollonio inizia quando Giasone, invitato da Pelia a recuperare il prezioso manto, incarica Argo, figlio di quel Frisso che, anni prima, lo aveva donato al re della Colchide Eete, di costruire una nave da cinquanta posti. La nave (ribattezzata Argo come il suo costruttore) è presto pronta, e vi si imbarcano, oltre allo stesso Giasone, tutti i principali eroi dell’epoca: da Eracle a Teseo, dai gemelli Castore e Polluce a Laoconte. Inizia così un’avventura che, attraverso un numero infinito di pericoli, deviazioni, imprese, porterà gli Argonauti a raggiungere la Colchide, sulle coste del Mar Nero. Qui Giasone ottiene da re Eete la promessa di riavere il Vello d’oro, ma a patto che aggioghi all’aratro una coppia di buoi dalle narici fiammeggianti, e che con essi semini i denti del drago ucciso anni prima dall’eroe tebano Cadmo. Nell’impresa, Giasone viene aiutato da Medea, figlia di Eete, che con i suoi poteri magici lo rende immune dai colpi dei tori e poi addormenta il drago che vigila sul Vello d’oro, consentendogli di recuperare il mitico manto senza pericolo. I due, insieme agli altri Argonauti, fuggono quindi dalla Colchide, dirigendosi con il Vello verso Iolco. Ma nel viaggio di ritorno sono colti da una violenta tempesta, che porta la loro nave fuori rotta e li costringe a vagare a lungo nel Mediterraneo prima di ritrovare la via di casa.

UN TRAGICO EQUIVOCO

Un celebre episodio delle Argonautiche ha per protagonista Cizico, nobile re dei Dolioni. Egli dapprima accoglie con tutti gli onori gli Argonauti, ma poi, quando questi, sospinti dai venti, approdano per la seconda volta sull’isola, a causa dell’oscurità li scambia per pirati, costringendoli a ucciderlo in battaglia.

IL LUTTO DI ERACLE

Tra gli eroi che si imbarcano sulla nave Argo vi è anche Eracle, il figlio di Zeus, che però lascia la spedizione quasi subito, distrutto dalla morte del suo amante Ila che le ninfe, durante uno scalo, hanno annegato in una sorgente.

L’INCONTRO CON CIRCE

Di ritorno dalla Colchide, gli Argonauti approdano sull’isola di Ea, regno della maga Circe, zia di Medea. Questa purifica Giasone e ha una lunga conversazione con la nipote, ma si rifiuta di ospitare l’eroe nel proprio palazzo, forse presagendo il suo tradimento ai danni della moglie.


UN LAMPO NEL BUIO

Nel mare di Creta, gli Argonauti sono sorpresi da una notte opaca e tenebrosa, che li mette in pericolo. Giasone implora allora Febo Apollo di mostrargli la rotta, e questi, impietosito, lancia in cielo un dardo infuocato che, squarciando l’oscurità, permette agli Argonauti di individuare un approdo sicuro.

UN PERSONAGGIO DA TRAGEDIA

Primo antieroe della cultura occidentale, Giasone ha riscosso attenzione soprattutto nel XX secolo, quando di lui si sono interessati la letteratura (con i romanzi Il Vello d’oro, di Robert Graves, e Il racconto di Giasone, di Vassilis Vassilikos), la pittura (celebre il dipinto di Giorgio de Chirico intitolato La partenza di Giasone) e il cinema (con due film dedicati alla spedizione degli Argonauti). Più marginale la presenza di Giasone nell’arte antica, anche se Dante non manca di inserirlo tra i fraudolenti dell’ottavo cerchio dell’Inferno e Francesco Petrarca gli dedica una biografia nel De Viris Illustribus. Nel teatro seicentesco, Giasone ha un ruolo da protagonista in tragedie di Calderòn de la Barca (Divino Giasone), Lope de la Vega (Il Vello d’oro) e Pierre Corneille (Medea), mentre l’arte ottocentesca si è riappropriata del suo mito rendendogli omaggio attraverso la trilogia di Franz Grillparzer Il Vello d’oro e le complesse allegorie dei pittori preraffaelliti  e simbolisti.


mercoledì 4 aprile 2012

ERMES (MERCURIO)



Ogni volta che doveva comunicare a qualcuno i suoi ordini, il sommo Zeus si rivolgeva a Ermes, il messaggero dell’Olimpo. Una divinità dai tratti decisamente umani, più scaltra e sagace che potente. Un mediatore abile ed eloquente, che alternando inganno, lusinga e minaccia, era in grado di convincere chiunque ad assecondare la volontà divina.
Accorto, sagace, molto prudente, Ermes (il Mercurio dei latini) non era solo un perfetto ambasciatore di Zeus sulla Terra. Era anche un astuto, e spesso disonesto, “uomo d’affari”, adorato dai commercianti come loro protettore. Gli antichi greci attribuivano inoltre all’araldo di Zeus la paternità di un gran numero di invenzioni, tra cui la lira, il fuoco, l’alfabeto e persino il sistema numerico.

GENEALOGIA DI ERMES

Dio olimpico di seconda generazione, Ermes è il frutto degli amori tra il sommo Zeus e la più giovane delle Pleiadi, la bella ninfa Maia. Nel suo albero genealogico figurano dunque, per via paterna, divinità potentissime come il titano Crono, sovrano dell’universo prima di Zeus, e la moglie Rea. Per parte di madre, il messaggero degli dèi discende invece dal gigante Atlante e dall’affascinante Pleione (figlia di Oceano e Teti), che insieme al marito generò sette sorelle destinate ad essere trasformate in una costellazione: le Pleiadi, appunto. Piuttosto complessa anche la discendenza del dio, a causa del gran numero di amori che gli venivano attribuiti. Tra questi i più celebrati dai mitografi greci furono senza dubbio quelli con la permalosissima dea dell’amore Afrodite, da cui Ermes ebbe Ermafrodito, e con la ninfa Driope, che gli diede in figlio il dio Pan. Ma l’elenco delle conquiste di Ermes è molto più nutrito e include sia donne leggendarie come Penelope, la moglie di Ulisse (che, a detta di alcuni, fu la sua amante), sia grandi divinità come Persefone.

LA LITE CON APOLLO

Nato in una caverna sul monte Cillene, nel sud dell’Arcadia, Ermes dimostrò sin dal principio un’irrequietezza non comune: nel suo primo giorno di vita, infatti, inventò la lira, ricavandola dal guscio vuoto di una tartaruga, e poi rubò le mandrie di Apollo, nascondendole e celandone le tracce. Tornò quindi di soppiatto nella culla, dove si riavvolse nelle fasce da cui si era liberato per fuggire. Poco dopo giunse alla grotta Apollo, che, grazie alle sue doti divinatorie, era riuscito a scoprire il rifugio del ladro. Fuori di sé, il dio accusò Ermes di fronte alla madre che però, ignara di tutto, difese il figlio, chiedendo ad Apollo come potesse accusare un neonato di un furto così grave. Apollo, però, insistette e, poiché non si riusciva a venire a capo della questione, fu chiamato a giudicare il caso Zeus, che non si fece ingannare dai dinieghi di Ermes ed impose di restituire le mandrie rubate. La riconsegna del bestiame, tuttavia, non ebbe mai luogo, perché Apollo, avendo sentito Ermes suonare la lira, gli propose di tenersi le mandrie in cambio di quello strumento dalle note tanto celestiali. Ermes potè così coronare il suo sogno di avere una mandria tutta sua da accudire, mentre Apollo entrava in possesso di quello che sarebbe diventato uno dei suoi simboli. Dopo la riappacificazione tra i due rivali, Zeus nominò Ermes suo messaggero di fiducia, con l’assenso degli altri dèi che, a loro volta, ebbero dal signore dell’Olimpo il permesso di servirsi di quel giovane tanto sveglio. Per Ermes iniziò  così un periodo impegnativo, durante il quale dovette assolvere innumerevoli missioni: fu lui, per esempio, a condurre Priamo, re di Troia, alla tenda di Achille per chiedere il corpo del figlio Ettore da seppellire. Sempre lui consegnò il piccolo Dioniso alle ninfe perché lo allevassero, e condusse Afrodite, Era ed Atena davanti a Paride per il celebre “concorso di bellezza” da cui sarebbe scaturita la guerra di Troia. A lui, infine, si rivolse Zeus quando, avendo la moglie Era tramutato in vacca la sua amante Io, volle liberare quest’ultima uccidendo il gigante di nome Argo che la sorvegliava.


SIGNORE DEL LOGOS

La regione greca in cui il culto di Ermes aveva radici più profonde era l’Arcadia, dove il dio era nato e aveva trascorso i primi giorni di vita. Ma in tutta la penisola ellenica la devozione verso il messaggero alato era piuttosto sentita, anche in virtù del gran numero di prerogative che gli venivano attribuite. In quanto araldo e ambasciatore dell’Olimpo, egli era infatti considerato il dio dell’eloquenza, poiché anche con l’arte della parola, il logos, risultava persuasivo nei discorsi pubblici e privati. Al tempo stesso, e per l’identico motivo, era il dio dell’astuzia, della malizia, che a volte si spingeva fino alla frode e al raggiro (di qui la sua popolarità tra i ladri). Dovendo viaggiare in continuazione per “lavoro”, Ermes era ritenuto il protettore dei viandanti, come testimoniava la presenza lungo le strade greche e romane di numerose erme, pilastrini quadrangolari sormontate dalla testa del dio e con vistosi organi sessuali (simbolo, forse, della fecondità del dio). A Ermes, inoltre, veniva attribuito (specie nella versione romana di Mercurio) il patronato su tutte le attività commerciali, oltre che quello sulle greggi e sulla pastorizia in genere. Ermes era anche molto caro ai musicisti, che gli dovevano l’invenzione della lira, del flauto e della scala musicale. E altrettanto era amato dagli atleti, da cui veniva considerato il nume tutelare del pugilato e di tutte le attività ginniche. Di lui si diceva anche che sapesse guardare oltre l’apparenza delle cose (il termine “ermeneutica”, l’arte di interpretare i significati nascosti, deriva dal suo nome), e per questo gli venivano attribuiti legami con la scienza divinatoria e il mondo dei sogni (di cui era ritenuto l’ispiratore). Tra i tanti compiti assegnati ad Ermes, vi era infine quello di “psicopompo”, ossia di accompagnatore delle anime dei morti nel doloroso viaggio verso gli inferi. Un ruolo che gli spettava quasi di diritto, dato che, nella sua veste di messaggero celeste, era abituato a varcare confini in genere inviolabili, come quelli tra la Terra e il Cielo o tra il mondo dei vivi e quello dei morti.


OMAGGIO A ERMES

Tra i ritorni non solo occasionali della figura di Ermes/Mercurio nell’arte e nella letteratura postclassica, i più frequenti si collocano in epoca rinascimentale e barocca, quando la figura del dio appare tra i protagonisti dello Scherno degli dèi, il poema di Francesco Bracciolini pubblicato nel 1610, e dell’Adone di Giambattista Marino (1623). Piuttosto ricco anche il repertorio di sculture cinquecentesche dedicate al dio, tra cui le statuette in bronzo di Jacopo Sansovino (1540) e Benvenuto Cellini (1545). In campo pittorico, al mito di Ermes si sono ispirati artisti come Pietro da Cortona, Giovanni Battista Tiepolo e il francese Claude Lorrain. La musica, invece, ha omaggiato quello che gli antichi Greci ritenevano il suo patrono con la sinfonia n. 43 dell’austriaco Franz Joseph Haydn. In epoca più recente, il messaggero alato compare in una commedia di Vittorio Alfieri (La finestrina), in un inno di P.B. Shelley e in un dipinto (Art and Life) del preraffaellita Walter Crane.

lunedì 2 aprile 2012

SFINGE



Già solo a vederla metteva paura: un enorme corpo di leone con un volto femminile e due ali da rapace. Ma ancora più spaventosa era l’abitudine della Sfinge di sbranare i viandanti che non sapevano rispondere al suo indovinello. Un enigma appreso dalle Muse e all’apparenza irresolubile, con il quale terrorizzò Tebe fino al giorno in cui incontrò Edipo…
Assai diffusa in Egitto , dove costituiva un’immagine simbolica del faraone, la figura della Sfinge cambiò aspetto e connotati nel passaggio al mondo greco: da maschile, solare e benevola divenne femminile, tenebrosa e distruttrice. Un minaccioso incrocio tra umano e bestiale, in cui la forza dell’intelligenza era sovrastata dalla brutalità dell’istinto e dalla pulsione alla violenza.

GENEALOGIA DI SFINGE

Legata soprattutto alla leggenda di Edipo e al ciclo tebano, la Sfinge (il nome, in greco, significa “la Strangolatrice”) passava per essere figlia di Echidna, orrendo ibrido tra una donna e una vipera, e del cane a più teste Ortro. Tra i suoi fratelli vi erano dunque creature spaventose come il Leone di Nemea, ucciso da Eracle nella sua prima fatica, e Fice, feroce mostro di Beozia. E tra i suoi antenati più prossimi vi era il nonno Tifone, gigante alato alto fino al cielo e con vipere al posto delle gambe. Altre tradizioni mitologiche sostenevano invece che proprio Tifone fosse il padre della Sfinge, nata dall’unione del mostro con Echidna o, come sosteneva Euripide, con la figlia di quest’ultima Chimera. Una terza versione del mito, infine, si distanziava dalle precedenti perché attribuiva alla Sfinge un padre non mostruoso bensì umano. A generarla, nel corso di una relazione extraconiugale, sarebbe stato infatti Laio, re di Tebe, che poi l’avrebbe chiamata a Tebe e posta a guardia della città. Secondo questa genealogia, la Sfinge sarebbe stata quindi sorellastra di Edipo, l’eroe che, molti anni più tardi, l’avrebbe uccisa.

L’ENIGMA FATALE

La Sfinge comparve a Tebe durante il regno di Laio, pronipote del fondatore della città Cadmo e padre di Edipo, ripudiato dal sovrano subito dopo la nascita. A inviarla si diceva fosse stato Dioniso, il dio del vino, offeso con i tebani perché trascuravano il suo culto; ma altri, forse più credibilmente, attribuivano la comparsa del mostro alla collera di Era, indignata con Laio perché aveva rapito il piccolo Crisippo e lo aveva reso il suo amante. Accovacciata su una colonna alle porte della città (o, secondo altri, su una rupe del monte Ficio), la Sfinge teneva da anni in scacco Tebe, sottoponendo ogni viandante che vi transitava al suo terribile indovinello: “Quale essere, con una sola voce, ha dapprima quattro gambe, poi due, infine tre, ed è tanto più debole quante più ne ha?”. Chi non sapeva rispondere (e nessuno finora vi era riuscito) veniva strangolato e divorato sul posto. I Tebani erano disperati: ogni giorno si riunivano nella piazza principale della città per tentare di risolvere in comune l’enigma, ma senza risultato. Finché a Tebe non giunse Edipo, il figlio di Laio, che poco prima aveva ucciso il padre in una zuffa fuori città senza riconoscerlo. Edipo si recò dalla Sfinge e, senza esitazioni, rispose al suo quesito. “L’uomo”, disse, “perché va carponi da bambino, cammina sulle due gambe da adulto e si aiuta con un bastone in vecchiaia”. Disperato, il mostro alato si uccise gettandosi dalla colonna. Al che i Tebani, esultanti, acclamorono Edipo loro re ed egli sposò Giocasta, la moglie di Laio, ignaro che fosse sua madre. Secondo un’altra versione del mito, il quesito posto a Edipo dalla Sfinge sarebbe stato diverso: “Esistono due sorelle, delle quali una genera l’altra, che a sua volta genera la prima. Chi sono?” (la soluzione è il Giorno e la Notte). Inoltre la Sfinge, dopo la “vittoria” di Edipo, non si sarebbe “suicidata”, ma sarebbe stata uccisa dall’eroe con un colpo di lancia.


LE ORIGINI DEL MITO

Quando approdò nel mito classico, la figura della Sfinge aveva già una lunga storia alle spalle. Le sue origini vengono in genere collocate in Mesopotamia, circa 3000 anni prima di Cristo, dove spesso si trovano rappresentati demoni alati con la testa umana e il corpo di leone (per esempio nel palazzo imperiale di Susa, che risale però al 600 a.C.). Da lì, il mito della Sfinge si irradiò poi nei paesi vicini, fino al Mediterraneo, trovando declinazioni diverse a seconda delle popolazioni da cui veniva adottato. In particolare ebbe enorme fortuna in Egitto, dove pare che la Sfinge rappresentasse l’autorità del Faraone, oltre che una sorta di custode dei sepolcri. Non a caso, di fronte all’ingresso di molte piramidi, si trovano gigantesche riproduzioni del mostro in posizione distesa, con le zampe anteriori protese in avanti e lo sguardo perso nel vuoto, come a scrutare un orizzonte ultramondano. Il passaggio in area micenea segnò un’ulteriore evoluzione della Sfinge, che cambiò innanzitutto i suoi connotati fisici: se in Egitto era un leone (o cane) privo di ali e con la testa di uomo, nella versione greca divenne una leonessa con il corpo alato, ma il petto e il volto femminile. Si esasperarono inoltre i tratti più minacciosi del mostro, che perse ogni aspetto metafisico per diventare, in età arcaica, una belva spietata che rapisce e divora i bambini.
Nell’arte arcaica mesopotamica, così come successivamente  in quella egizia e greca, la Sfinge poteva avere talvolta il volto di uomo barbuto.
Persi i suoi attributi negativi, nella Grecia postclassica la Sfinge iniziò a essere considerata la messaggera della giustizia divina e una sorta di amuleto contro gli influssi malefici.
Le sfingi dell’antico Egitto avevano solitamente il busto eretto, lo sguardo rivolto verso oriente (forse in ossequio ai culti solari praticati nella regione del Nilo) e il viso che ritraeva quella di un Faraone.


UNA VITA DA COMPRIMARIA

Nella letteratura occidentale, la figura della Sfinge è stata spesso messa in ombra da quella di Edipo, immortalato dalla tragedia di Sofocle Edipo Re. Rari, e quasi tutti moderni, i testi in cui l’enigmatico mostro diventa protagonista: tra questi Edipo e la Sfinge, di Hugo von Hofmannsthal (1906), insolita riscrittura del mito alla luce delle teorie psicoanalitiche (che, con Carl Jung, vedono nella Sfinge l’archetipo della “Madre Terrificante”), e La macchina infernale di Jean Cocteau (1935), dramma teatrale in cui il mostro appare come una ingenua adolescente innamorata di Edipo. In campo pittorico, la Sfinge è stata più volte omaggiata dal francese Jean-Auguste-Dominique Ingres, a cui si è ispirato anche Francis Bacon per dipingere il suo Edipo e la Sfinge, olio su tela del 1983 dove i rapporti di forza tra l’eroe e la sua vittima paiono quasi capovolti.

domenica 1 aprile 2012

DIONISO (BACCO)


Misterioso e potente, ambiguo e minaccioso, Dioniso (identificato dai Romani con Bacco e dagli Etruschi con Fufluns) impersonava la forza generatrice della Terra, da cui dipendevano i raccolti dei campi e la stessa affermazione della civiltà. Era quindi un dio benefico che però, in quanto espressione delle forze primigenie del cosmo, aveva anche un lato oscuro, che si esprimeva nell’ebbrezza e nel delirio mistico.
Gli autori greci reputavano Dioniso il dio straniero per eccellenza, in quanto nella sua figura confluivano elementi ereditati dalla cultura asiatica e mediorientale. Eppure, già in epoca classica, la devozione che lo circondava era quasi pari a quella di Zeus. Una fama legata al suo ruolo di dio del vino, ma anche alla certezza che, tramite il suo culto, fosse possibile entrare in contatto con l’aldilà.

GENEALOGIA DI DIONISO

Le notizie sulla nascita di Dioniso sono intricate e spesso contrastanti. Tutti convengono sul nome del padre, Zeus, mentre la madre varia a seconda degli autori e delle tradizioni mitologiche. C’è chi la identifica con Demetra, la dea della Terra, chi con Persefone, la regina degli Inferi, e ancora chi con Io, una sacerdotessa di Argo consacrata ad Era. Tuttavia l’ipotesi più accreditata tra gli antichi mitologi resta quella che attribuisce la maternità di Dioniso a Semele, figlia di Cadmo, re di Tebe, e di Armonia, nata dalla passione tra Ares e Afrodite. Amata con grande trasporto da Zeus, la bellissima Semele suscitò il desiderio di vendetta di Era, gelosissima moglie del signore degli dèi, che sotto mentite spoglie la indusse a chiedere al marito di mostrarsi a lei nella sua forma divina. Invano il re dell’Olimpo tentò di dissuaderla. Semele insistette e Zeus, che le aveva promesso di esaudire ogni suo desiderio, le si presentò come dio del fulmine, incenerendola. Il padre degli dèi, tuttavia, salvò dall’incendio il piccolo che Semele teneva in grembo, e che i fulmini del padre avevano reso immortale. Così Dioniso poté sopravvivere alla madre e più tardi, quando era adulto, la liberò dagli Inferi, conducendola con sé sull’Olimpo dove Semele assunse il nome di Tione.

NATO DUE VOLTE

Dioniso era soprannominato dagli antichi “il nato due volte”: egli, infatti, era venuto una prima volta alla luce subito dopo la morte della madre, quando Zeus, estraendolo prematuro dal corpo di Semele, se lo era cucito in una coscia e lo aveva portato con sé sull’Olimpo. Più tardi il dio nacque di nuovo, uscendo già formato dalla gamba del padre, e subito Ermes lo affidò alla sorella di Semele, Ino, affinché lo allevasse. Nel consegnarlo alla donna, Ermes si era raccomandato con lei che crescesse e vestisse il piccolo Dioniso come una bimba, perché solo così egli avrebbe potuto sottrarsi alla vendetta di Era, che odiava tutti i figli adulterini di Zeus. Lo scrupolo della donna nel seguire i consigli di Ermes non bastò tuttavia a sviare Era, che scoprì l’inganno e, incollerita, rese folli Ino e il marito Atamante. Preoccupato per la sorte del figlio, Zeus trasportò allora Dioniso sul monte Nisa, fuori dalla Grecia, dove uno stuolo di ninfe lo allevò amorevolmente fino all’adolescenza (ma alcune versioni del mito collocano questo episodio prima di quello di Ino). Una volta adulto, Dioniso scoprì l’arte della coltivazione e della preparazione del vino; Era però lo fece impazzire e il dio, fuori di sé, iniziò a vagare di regione in regione, fino a quando Rea, la Grande Madre, non lo purificò dalla follia e gli svelò il segreto della sua natura divina.

LICURGO SQUARTATO

Dopo l’incontro con Rea, Dioniso si recò in Tracia, dove Licurgo, il re della regione, litigò con lui e imprigionò alcune Baccanti, le donne che scortavano il suo carro regale. Per vendetta Dioniso fece impazzire il re, che si amputò una gamba scambiandola per una vite e poi fu squartato dai suoi sudditi, esasperati dalla interminabile carestia che affliggeva la regione.


VIAGGIO IN INDIA

Dalla Tracia Dioniso si spinse fino in India, paese che convertì al suo culto con una spedizione per metà militare e per metà religiosa. In seguito ritornò in Grecia, e ad Argo punì le donne che si rifiutavano di adorarlo obbligandole a percorrere le campagne muggendo come se fossero mucche.

LA MORTE DI PENTEO

Di ritorno dall’India, Dioniso passò anche da Tebe, sua città natale, dove introdusse i Baccanali, feste orgiastiche durante le quali l’intero popolo, ma soprattutto le donne, era posseduto da un delirio mistico. Penteo, re di Tebe, si oppose in ogni modo alla diffusione di questo culto, che riteneva pericoloso e immorale. Nulla però poté contro il volere del dio, che lo punì della sua ostilità facendolo smembrare vivo dalla madre Agave e da altre Baccanti in preda a estasi orgiastica.

IN OSTAGGIO DEI PIRATI

Nel corso del suo lungo pellegrinaggio attraverso la Grecia, Dioniso visse anche l’esperienza di essere fatto prigioniero dai pirati. Accadde quando il dio, volendo recarsi a Nasso, chiese a un gruppo di pirati tirreni di trasportarlo sull’isola. Questi finsero di accondiscendere alla richiesta di Dioniso ma poi, una volta a bordo, fecero rotta verso l’Asia, con l’intenzione di vendere l’illustre passeggero come schiavo. Il dio compì allora uno dei suoi più straordinari prodigi: dopo essersi tramutato in leone, trasformò l’albero e i remi della nave in serpenti, mentre un’immensa edera avvolgeva su ogni lato la nave e dal mare giungeva il suono di flauti invisibili. In preda al terrore, i pirati si gettarono a mare, e di certo vi sarebbero annegati se, impietosito, il dio non li avesse trasformati in delfini. Nacque così l’amicizia di questi mammiferi marini verso gli uomini: essi infatti sanno di essere stai graziati da Dioniso e, riconoscenti, cercano di sdebitarsi soccorrendo i naviganti in pericolo. Dopo questa dimostrazione di potenza, la divinità di Dioniso fu accettata ovunque ed egli poté ascendere all’Olimpo, avendo concluso con successo la missione di diffondere il proprio culto in tutta la Grecia.

L’INCONTRO A NASSO

La figura di Dioniso è legata a un episodio marginale, ma spesso raffigurato in pittura, della saga cretese del Minotauro. Dopo che Teseo ebbe ucciso l’uomo-toro, fuggì  da Creta insieme ad Arianna, la figlia di Minosse, re dell’isola. La fanciulla aveva aiutato l’eroe ateniese nell’impresa, fornendogli il filo con cui orientarsi nel Labirinto, e non poteva quindi più restare a Creta, dove tutti, a partire dal padre, l’avrebbero accusata di tradimento. Del resto era innamorata di Teseo e, prima di concedergli il suo aiuto, si era fatta promettere che, a cose fatte, l’avrebbe portata con sé in patria. I due, dunque, stavano navigando verso l’Attica quando, giunti davanti all’isola di Nasso, decisero di farvi scalo. Sbarcarono, e insieme al resto dell’equipaggio, vi si accamparono per la notte. Ma al risveglio Arianna scoprì che Teseo e tutti i suoi compagni erano già salpati. Disperata, tentò con ogni mezzo di richiamare la nave, di cui ancora scorgeva all’orizzonte le vele. Inutilmente. Senza più speranze, Arianna si accasciò piangendo nell’accampamento, e proprio in quell’istante sbucò dalla foresta un grande carro trainato da pantere e seguito da donne seminude. Era il corteo di Dioniso che, vista la fanciulla, se ne innamorò e le chiese di seguirlo sull’Olimpo. I due si sposarono davanti a Zeus e, come regalo di nozze, Dioniso donò alla moglie un diadema d’oro, opera del dio del fuoco Efesto. Il loro fu un matrimonio felice, allietato dalla nascita di quattro figli, tra cui Stafilo, uno degli Argonauti, e Toante, re di Lemno. Ma secondo alcune tradizioni mitologiche, Arianna tradì ripetutamente il marito, tanto che questi, esasperato, ordinò infine alla dea della caccia Artemide di ucciderla.


IL PROTETTORE DELLA TRAGEDIA

Già gli antichi collegavano a Dioniso l’arte tragica, della quale era considerato il protettore. In realtà, a parte Le Baccanti di Euripide, non sono molte le tragedie greche sul dio giunte fino a noi. La maggior parte degli storici concorda però nell’identificare i riti dionisiaci come l’ambito privilegiato in cui nacque la rappresentazione teatrale, nella forma particolare del dramma satiresco. Al di fuori del teatro, Dioniso compare (con il suo nome latino) nella Canzone di Bacco di Lorenzo de’ Medici, nel Bacco di Jean Cocteau, nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Anche le arti plastiche hanno spesso reso omaggio al dio, sulla scia di Michelangelo che, nel 1497, lo rappresentò come un giovincello infemminato. In pittura, infine, sono curiose le raffigurazioni del trionfo di Bacco di area fiamminga, dove spesso il dio ha l’aspetto di un grasso beone. 

sabato 17 dicembre 2011

NARCISO


Col suo mito si sono confrontati artisti, teologi, scrittori, studiosi di ogni epoca. Difficile sottrarsi al fascino del giovane semidio così innamorato della propria immagine riflessa da lasciarsi morire per l’impossibilità di possederla. Eppure, alle origini del mondo greco, la storia di Narciso era considerata niente più che una fiaba pedagogica: un apologo destinato ai giovani sull’inutilità della bellezza senza amore.
Nel mito greco la bellezza è spesso considerata una maledizione. Causa di gelosie, odi, vendette feroci, può costare la vita a chi la possiede, come Adone, oppure produrre guerre rovinose come nel caso di Elena di Troia. Anche Narciso è una vittima della propria avvenenza: amato e desiderato da chiunque lo incontri, egli sfugge l’amore come una disgrazia, attirandosi così l’ira degli dèi che, per castigo, lo faranno innamorare di se stesso.

GENEALOGIA DI NARCISO

Per le sue origini familiari Narciso può essere definito un figlio dell’acqua. Suo padre, infatti, è un dio fluviale, Cefiso, che come tutti i fiumi discende dall’unione tra Oceano, antica personificazione dell’elemento liquido che circonda la Terra, e la moglie Teti. La madre di Narciso, invece, è una Naiade, Liriope, una delle centinaie di ninfe che popolano le sorgenti, i laghi, i ruscelli del mito greco. Un giorno, mentre stava facendo il bagno nelle acque del fiume Cefiso, Liriope fu violentata da dio, che la imprigionò con le sue onde e la possedette contro la sua volontà. Da questo stupro nacque Narciso, che dalla madre ereditò la bellezza fuori dal comun, mentre dal padre prese il carattere asociale. Genealogie differenti, peraltro abbastanza controverse, attribuiscono invece la paternità di Narciso al pastore Amirinto, devoto compagno di Artemide, la dea della caccia, oppure al re dell’Elide Endimione, che avrebbe generato il giovane con Selene, dea della luna.

IL MITO SECONDO OVIDIO

Del mito di Narciso esistono varie versioni, spesso contrastanti tra loro. La più celebre è quella del poeta latino Ovidio che per scriverla rielaborò presumibilmente materiali greci preesistenti. In questa versione del mito, Narciso è un giovane bellissimo che sin dalla nascita suscita attrazione in chiunque lo incontri. Ancora in fasce, la madre Liriope lo porta dal veggente Tiresia per avere lumi circa il suo futuro. La risposta dell’indovino è oscura: Narciso vivrà a lungo purché non conosca se stesso. Una volta cresciuto, Narciso diventa l’oggetto del desiderio di un gran numero di ninfe, verso le quali però ostenta un’indifferenza prossima al disprezzo. Infine si invaghisce di lui la ninfa Eco, a cui Era, per punizione, aveva tolto l’uso della parola: Eco infatti l’aveva ingannata distraendola con le sue chiacchere durante le scappatelle extraconiugali del marito Zeus. A seguito di questa punizione, Eco non può più parlare autonomamente, ma solo ripetere le ultime parole pronunciate da qualcun altro. Ecco perché, quando si innamora di Narciso, anziché tentare di sedurlo apertamente lo segue per settimane di soppiatto nei boschi, riecheggiando tutto ciò che dice nella speranza di suscitare così la sua attenzione. Infine, stremata dal pedinamento, esce allo scoperto e tenta di baciarlo, ma Narciso la respinge con sgarbo e fugge nei boschi. Senza più ragioni per vivere, la ninfa di ritira in un luogo solitario e muore: di lei resterà solo l’eco della bellissima voce. La triste sorte della ninfa ha però commosso Nemesi, feroce dea della vendetta, che decide di punire Narciso per la sua spietatezza: un giorno in cui egli si è avvicinato per bere ad una limpida fonte, la dea fa in modo che si innamori del bellissimo volto che lo fissa nell’acqua. Incantato, Narciso lo contempla per ore, senza rendersi conto che si tratta della propria immagine riflessa. Quando infine scopre l’abbaglio, per la disperazione si lascia morire, e sul luogo dove è spirato spunta un fiore che porterà il suo nome, Narciso. Quanto alla sua anima, anche nell’Oltretomba non smetterà di inseguire il volto amato, di cui cercherà invano di individuare il riflesso nelle acque scure dello Stige.


LE ALTRE VERSIONI

Dal racconto di Ovidio si dissociano altre versioni del mito, in genere più antiche, che tendono a ridimensionare o cancellare del tutto il ruolo della ninfa Eco. In una di queste versioni, elaborata in area tebana, Narciso è un giovane della città di Tespi vanamente amato da un altro giovane, di nome Amenia, che lo corteggia insistentemente. Incapace di liberarsi dallo scocciatore, e d’altra parte indifferente alle gioie d’amore, Narciso finisce per inviare al suo pretendente la propria spada, affinché si suicidi. Amenia, affranto, soddisfa il desiderio dell’amato, ma prima di morire invoca su di lui la maledizione degli dèi, che lo esaudiscono. Così Narciso s’invaghisce del proprio riflesso e, sconsolato per l’irrealizzabilità del suo amore, si toglie la vita – come Amenia – trafiggendosi con la spada. Una variante dello stesso mito racconta invece che Narciso morì annegato, nel vano tentativo di afferrare la propria immagine che vedeva riflessa nell’acqua. Del tutto divergente rispetto a questa tradizione mitologica è invece il racconto di Pausania, scrittore e geografo greco del II secolo d.C. Secondo il “razionalista” Pausania, l’ipotesi che Narciso possa aver scambiato il proprio riflesso per una persona reale, innamorandosene, è palesemente inverosimile. Egli perciò ipotizza che il giovane avesse una sorella di nome Narcisa, che gli somigliava in modo straordinario. Quando la fanciulla morì, il fratello sprofondò nella più cupa depressione. Finché un giorno, specchiandosi in una fonte limpidissima, scambiò il proprio volto riflesso nell’acqua per quello della sorella, e ciò per un attimo alleviò il suo dolore. Da allora Narciso, pur sapendo benissimo di stare ingannando se stesso, prese l’abitudine di recarsi alla fonte, desideroso di rivivere per qualche istante il miracolo di veder tornare Narcisa dall’Aldilà.


NARCISO MODERNO

Il mito di Narciso attraversa l’arte e la cultura occidentale dal Medioevo fino a oggi. Tra le più antiche  rielaborazioni del testo ovidiano vi è quella offerta dal Novellino, raccolta di novelle in prosa del XII secolo dove Narciso è un cavaliere cortese collocato sullo sfondo di una natura incantata. Più vicine a noi la rilettura barocca del mito offerta da Giambattista Marino, ne L’Adone, e quelle novecentesche di Andrè Gide (Il Trattato di Narciso), Umberto Saba (la poesia Narciso al fonte) ed Herman Hesse (Narciso e Boccadoro). Se nella psicanalisi il termine narcisismo è usato da Otto Rank e Sigmund Freud per designare un disturbo nevrotico della personalità, in pittura la dimensione omoerotica del mito è percepibile nei dipinti di Salvator Dalì (Metamorfosi di Narciso, 1936) e Benczùr Gyula (Narcissus, 1881), laddove il preraffaelita John Waterhouse preferisce immergere l’episodio di Eco e Narciso in un’atmosfera arcana e medievaleggiante. 

domenica 13 novembre 2011

AFRODITE (VENERE)


Era la dea dell’amore, del desiderio, della fecondità. Identificata a Roma con Venere, un’antica divinità italica, con la sua bellezza ammaliava uomini e dèi, scatenando attrazioni fatali in chiunque la incontrasse. Eppure anche per lei, talvolta, il dolce ardore della passione poteva avere qualche risvolto amaro.
Affascinante, sensuale, seducente, ma anche volubile e capricciosa, Afrodite era ritenuta dagli antichi una dea “pericolosa”. La sua bellezza, infatti, aveva il potere di risvegliare gli aspetti più istintivi e irrazionali dell’animo umano, scatenando passioni e gelosie che spesso avevano un epilogo tragico.

GENEALOGIA DI AFRODITE

Sulla nascita di Afrodite esistono due diverse tradizioni: la più antica risale a Omero e fa della dea dell’amore la figlia di Zeus e Dione, una misteriosa divinità nata dalle nozze tra Urano e Gaia.
Nella Teogonia di Esiodo, invece, si sostiene che Afrodite nacque dalla spuma del mare fecondata dai genitali di Urano quando questi fu evirato dal figlio Crono. Secondo questa versione del mito, Afrodite, una volta emersa dalle acque, sarebbe stata trasportata dagli Zefiri fino a Citera, e poi di lì a Cipro, dove avrebbe toccato per la prima volta la terraferma facendo spuntare una tenera erba sotto i suoi piedi.
Una versione alternativa vuole invece che Afrodite sia nata in una conchiglia, e che all’interno delle sue valve sia stata trasportata sulla spuma del mare fino a Citera.
In quanto dea dell’amore, Afrodite ebbe molte avventure, e altrettanti figli. Di questi nessuno nacque dal suo matrimonio sfortunato con Efesto, dio del fuoco. Numerosi furono invece i figli generati dalla sua relazione con Ares, tra cui Eros, Phobos (la Paura) e Armonia, “colei che riunisce”. Dalla sua relazione con Anchise nacque invece Enea, l’eroe troiano a cui il latino Virgilio attribuiva la fondazione di Roma.

DOPPIA NATURA

Il culto di Afrodite nel mondo classico ha probabilmente radici remote. Si ritiene infatti che nella figura della dea emersa dalla spuma del mare riecheggino antiche mitologie orientali. In particolare Afrodite è spesso assimilata ad Ashtoret (o Astarte), la Grande Madre fenicia, adorata da tutti i popoli di lingua semitica e legata ai riti di fertilità e desiderio. Come Astarte (e ancor più come la sua antesignana, la babilonese Ishtar), anche Afrodite è in qualche misura una divinità a due facce: da un lato benefica, in quanto connessa ai riti di amore, pietà e maternità; dall’altro terribile, poiché legata alle forze più oscure della Terra (da qui la sua identificazione a Sparta, a Cipro e sull’isola di Citera, con la dea della guerra). Questa dualità si riflette anche nella personalità di Afrodite che emerge dai miti: se nella maggior parte dei racconti Afrodite è celebrata per la sua bellezza e seduttività – così irresistibile da soggiogare persino il padre Zeus – in altri casi il suo potere sugli altri assume forme brutali e vendicative. Così per esempio, Afrodite è ritenuta da molti autori responsabile della morte di Ippolito, colpevole solo di essersi consacrato ad Artemide e non a lei.
E nel mito ovidiano di Eros e Psiche, la gelosia nei confronti della bellissima fanciulla amata dal figlio induce Afrodite a sottoporla a ogni sorta di tormenti.
Anche per la latina Venere, che prima dell’influenza greca era una divinità secondaria del pantheon romano, la dualità è un aspetto costitutivo della sua natura. E tuttavia nell’Urbe la dea dell’amore assume anche un’inedita valenza politica. Venere infatti inizia a essere venerata come patrona della gens Iulia (la stirpe imperiale) e come madre di Enea, il fondatore di Roma. E in tale veste acquisisce il ruolo di protettrice dell’impero, una funzione pubblica che alla greca Afrodite non è mai stata concessa.


L’AMANTE INQUIETA

Attorno alla figura di Afrodite sono sorte diverse leggende, non riconducibili a un corpus unitario ma frammentarie e spesso contraddittorie. Molte prendono spunto dall’infelice matrimonio della dea con Efesto, lo storpio dio del fuoco, a cui il padre l’aveva destinata a sua insaputa. Per sfuggire alla gabbia di un matrimonio combinato, Afrodite tradì il marito con un gran numero di amanti, e soprattutto con Ares, che amò di una passione infuocata. Al dio della guerra Afrodite restò fedele anche dopo che il marito, avendola sorpresa a letto con il rivale, intrappolò i due amanti con un’invisibile rete metallica e li espose alla derisione degli altri dèi. Un’umiliazione che spinse Afrodite a trascorrere un periodo di esilio a Cipro, la sua isola preferita, lontano dagli occhi di tutti; ma che non le impedì, una volta tornata sull’Olimpo, di riprendere le sue tresche amorose con gli altri dèi, tornando a tradire il marito, oltre che con Ares, anche con Dioniso ed Ermes.
Non solo, la dea ebbe anche diverse avventure (per la verità non tutte a lieto fine) con umani, tra cui i bellissimi Adone e Anchise.
Accanto ai racconti di soggetto erotico, il corpus mitologico su Afrodite ne propone poi altri di contenuto più cupo, spesso volti a sottolineare la natura vendicativa della dea. Così, quando le donne dell’isola di Lemno smisero di adorarla, la dea le punì affliggendole con un odore nauseabondo che indusse i mariti a lasciarle e a tradirle con prigioniere tracee. E quando le figlie di Cinira, re di Cipro, la disonorarono con il loro comportamento, ella le castigò costringendole a prostituirsi con stranieri. Al pari degli altri dèi dell’Olimpo, Afrodite partecipò poi alla guerra di Troia, nella quale parteggiò per i Troiani. Il suo favore non salvò la città dalla rovina, ma permise almeno alla stirpe troiana di sopravvivere, grazie a Enea che Afrodite protesse nella sua fuga verso Roma.

L’INGANNO AD ANCHISE

Innamoratasi del bel pastore Anchise, Afrodite, per non intimorirlo, si finse una principessa frigia, e in tale veste lo sedusse e lo amò. Poi, quando Anchise scoprì l’inganno, lo rassicurò circa il suo destino (il giovane, infatti, temeva di essere punito da Zeus per aver amato un dea) e gli annunciò che il figlio nato dalla loro unione avrebbe conquistato gloria eterna.

BELLO DA MORIRE

Già in fasce Adone era così bello che Adrodite, vedendolo, lo volle tenere con sé. In seguito la dea si invaghì del giovane e ne fece il suo amante. E forse proprio questa sua scelta costò la vita ad Adone, incornato da un cinghiale che, secondo la leggenda, fu aizzato contro di lui da Ares, geloso del favore accordato da Afrodite al pericoloso rivale.


PIGMALIONE E GALATEA

Nelle sue Metamorfosi Ovidio racconta il mito di Pigmalione, antico re di Cipro che si innamorò della statua di donna da lui stesso scolpita. Folle d’amore per quella scultura, Pigmalione supplicò infine Afrodite di dare vita alla sua creazione. Preghiera che la dea esaudì, facendo sì che la statua si trasformasse in una donna in carne ed ossa. Pigmalione la sposò e dall’unione tra il sovrano e Galatea (questo il nome della donna) nacque una figlia, che a sua volta generò Cinira, fondatore nella città di Pafo di uno dei più importanti santuari greci consacrati ad Afrodite.

SEDUZIONE PERICOLOSA

L’archetipo di Afrodite quale femme fatale seducente a al tempo stesso pericolosa non ha mai cessato di affascinare artisti e poeti. Tra Medioevo e (tardo) rinascimento, per esempio, la dea è tra le protagoniste di opere di grande ambizione come La Teseide di Giovanni Boccaccio, I Lusiadi di Luis Vaz de Camoes, e Venere e Adone di William Shakespeare. Per non parlare della sovrabbondante produzione pittorica incentrata sulla dea, tra cui dipinti di Andrea Mantegna, Giorgione, Tiziano e Sandro Botticelli. Nell’Ottocento romantico la dea dell’amore viene celebrata da Ugo Foscolo nel poemetto incompiuto Le Grazie. Più dissacrante la rivisitazione del mito effettuata nel 1932 da Salvador Dalì, che ridipinge la Venere di Milo (la più celebre statua classica su Afrodite) trasformandola in una bellezza surreale con cassetti a scorrimento.