lunedì 19 settembre 2011

APOLLO

Nessun altro dio greco, neppure Zeus, era venerato e temuto quanto Apollo. Protettore della poesia e della musica, della medicina e della pastorizia, poteva mostrarsi generoso verso gli uomini, aiutandoli nelle difficoltà e guarendoli nelle malattie. Ma talvolta si comportava in modo violento, punendo quanti lo contrariavano con castighi atroci. Apollo era anche un dio profetico: i suoi vaticini, raccolti nel tempio di Delfi, svelavano agli uomini il futuro.
Bellissimo, solare, affascinante, capace di muovere alla commozione con il canto e intimorire con le sue profezie; eppure spesso infelice in amore e, talora, spietato in maniera inspiegabile. Questo era Apollo, il più ambiguo e inafferabile tra gli dèi greci, l'unico adorato con uguale trasporto dagli artisti e dai guerrieri.

GENEALOGIA DI APOLLO

Frutto degli amori adulterini di ZEUS  con la Titanessa LATONA, Apollo apparteneva alla seconda generazione degli dèi olimpici. Come sua sorella gemella ARTEMIDE, era stato generato su un'isola appena sorta dalle acque e protetta da una volta liquida: un lembo di terra che gli antichi chiamavano Ortigia, identificandolo con l'isola di Delo. Latona si era rifugiata in quel luogo per sottrarsi alla persecuzione di Era, la moglie di Zeus, infuriata con lei perchè le aveva sedotto il marito. Ansiosa di vendetta, la regina dell'Olimpo aveva messo alle costole della rivale un mostruoso serpente, Pitone, con il compito di divorarle i figli non appena nati. In più, le aveva lanciato contro una maledizione che avrebbe impedito a Latona di partorire su qualunque terra, isola o continente che fosse stato lambito dai raggi solari. Proprio per sottrarsi a questo anatema, e per sfuggire al famelico Pitone, Latona cercò riparo sull'isola di Delo, dove generò i suoi due figli dopo nove giorni di dolorosissime doglie (Era infatti, per ritardare il parto, aveva "sequestrato" Ilizia, la dea delle gestazioni felici). Dopo la sua nascita, Apollo non restò a lungo a Delo; poco più che bambino, partì infatti per Delfi, dove vendicò la madre uccidendo con le sue frecce il mostruoso Pitone.

PROFETICO E PIETOSO

Apollo è considerato da molti studiosi l'espressione più perfetta del divino che la cultura ellenica abbia concepito, la figura che forse più si avvicina agli dèi monocratici di altre religioni. In lui, infatti, si ritrovano poteri e attributi assai diversi tra loro, apparentemente contraddittori ma in realtà collegati da sottili legami. Apollo è dunque prima di tutto un dio pietoso, che offre aiuto agli uomini e li protegge dai mali morali e fisici (non a caso, in quanto padre di Asclepio, è collegato alla scienza medica). Ma è anche un dio implacabile, che colpisce con ferocia i suoi nemici e punisce quanti mancano di rispetto alla legge divina. E' naturalmente un dio profetico, capace di penetrare con il suo sguardo il futuro e di comunicarne i segreti agli uomini. Ed è il dio che protegge la fondazione delle città e si fa tutore delle loro istituzioni civili. Ad Apollo sono attribuiti inoltre il patrocinio sulla musica e sulle arti in genere, e la tutela della pastorizia, retaggio del periodo che il dio trascorse presso il re di Fere, Admeto, accudendone amorevolmente le mandrie di pecore e buoi. Infine, soprattutto a partire dal periodo ellenistico, Apollo venne spesso identificato con il dio del Sole, Elio, una confusione di ruoli forse favorita dalla parentela del dio con Artemide, che a sua volta era ritenuta un'incarnazione della Luna.

ALLA GUIDA DEL CARRO DEL SOLE

In quanto dio del Sole, nella tarda antichità Apollo viene spesso rappresentato alla guida del cocchio solare, sul quale percorre i cieli portando agli uomini la luce. La stessa raffigurazione è frequente anche in epoca romana, dove Apollo assunse pure il titolo di Sol Invictus, un culto orientale che celebrava il trionfo della luce sulle tenebre.



LA MANDRIA E LA CETRA

Tra i molti attributi di Apollo, il più frequente era la cetra, che simbolizzava l'amore del dio per la musica e il suo ruolo di guida delle Muse. Sulla cetra di Apollo esistevano anche varie leggende: si narrava tra l'altro che l'avesse creata il dio Ermes, e che questi, per cederla, avesse preteso dal rivale il possesso della splendida mandria che aveva appena cercato di rubargli.

LE FRECCE INFALLIBILI

Apollo era anche un arciere infallibile e le sue frecce, come quelle di Artemide, potevano diffondere epidemie o provocare morti repentine. Durante la guerra di Troia, i dardi di Apollo, schierato con i Troiani, diffusero tra i Greci una pestilenza che decimò le truppe di Agamennone.

L'ORACOLO CONTESO


La voce profetica di Apollo parlava agli uomini attraverso vari oracoli sparsi in tutta la Grecia. In nessun altro luogo, tuttavia, essa risuonava così nitida come a Delfi, la città della Focide dove il dio aveva ucciso il serpente Pitone. Qui, già prima dell’avvento di Apollo, esisteva un antichissimo oracolo (detto di Temi) che lo stesso Pitone aveva il compito di sorvegliare. Con la morte dell’orrendo rettile, Apollo si impadronì dell’oracolo e ne fece il luogo privilegiato del suo culto. A Delfi, il dio fondò un grande tempio in cui una sacerdotessa, detta Pizia, svelava agli uomini le profezie di Apollo seduta su un treppiede sacro. E sempre nella città della Focide il figlio di Latona indisse solenni giochi funebri, chiamati Pitici, che rievocavano ogni quattro anni il suo trionfo su Pitone. Delfi divenne il più affollato luogo di culto dell’antichità, tanto da essere ribattezzato “ombelico del mondo”. E sul suo oracolo sorsero varie leggende: una di esse sosteneva per esempio che Eracle avesse tentato un giorno di acquisire il controllo del tempio, rubando il treppiede sacro alla Pizia. Ma Apollo l’aveva bloccato, e tra i due era scoppiata una rissa che solo l’intervento di Zeus, padre di entrambi, aveva sedato.


LA SIFDA DI MARSIA


Su apollo esistono varie leggende. Molte hanno carattere cruento, come quella che racconta il duello musicale tra il dio e Marsia. Quest’ultimo era un satiro che, con il suo flauto, aveva dichiarato di poter produrre melodie più soavi che non Apollo con la sua cetra. I due si sfidarono a colpi di note e il dio, uscito vincitore dalla contesa, punì il rivale scorticandolo vivo.
Non meno spietato si dimostrò Apollo nei confronti dei Ciclopi, colpevoli di aver forgiato il fulmine con cui Zeus aveva folgorato Asclepio, figlio di Apollo e della bella Coronide. Non potendo rivalersi sul re dell’Olimpo, Apollo si vendicò di quella tragica morte uccidendo i suoi giganteschi alleati, massacrati a colpi di frecce.
Di tutt’altro tenore la leggenda che racconta i nove anni di servitù trascorsi dal dio presso il re di Fere, Admeto, in Tessaglia. Apollo vi si era recato di malavoglia, obbligato da Zeus che intendeva così punirlo per l’uccisione dei Ciclopi. Ma in tessaglia il dio scoprì la sua passione per la pastorizia, rivelandosi a tal punto abile nell’accudire il bestiame da guadagnarsi l’amicizia di tutti i pastori della regione.
Un numero significativo di leggende riguarda infine le avventure erotiche di Apollo, un dio, peraltro, spesso sfortunato in amore. Celebre, per esempio, è la storia della sua infelice passione per Dafne, la bellissima ninfa che, pur di sottrarsi ai desideri del dio, chiese al padre Peleo di trasformarla in una pianta di alloro. Anche Cassandra, figlia del re troiano Priamo, deluse le aspettative di Apollo: dopo avergli giurato eterno amore purchè le insegnasse l’arte divinatoria, si tirò infatti indietro, facendo infuriare il dio che, per punirla, fece sì che nessuno credesse alle sue profezie. Così Cassandra poteva vedere nel futuro, ma non ispirare fiducia in ciò che raccontava.
Un capitolo a parte meritano infine gli amori omosessuali di Apollo, tra cui quello, struggente, per Giaginto. I due erano uniti da una grande passione, ma un giorno in cui si allenavano al lancio del disco, un violento colpo di vento deviò l’attrezzo di Apollo, che centrò alla tempia Giacinto uccidendolo. Affranto dal dolore, il dio decise allora di rendere immortale il nome dell’amante: fece perciò nascere dal suo sangue uno splendido fiore rosso a cui diede proprio il nome di giacinto.



IL SIGNORE DELLA LUCE


In epoca medievale Apollo godette di buona fama, e le raffigurazioni allegoriche tesero a interpretarlo un alter ego del Cristo, a cui veniva equiparato per il tronfo sul Pitone/Demonio. In seguito venne spesso raffigurato come signore delle muse (celebri gli affreschi di Raffaello Sanzio nelle stanze vaticane) e come auriga del carro solare. In quest’ultima veste compare ripetutamente nelle decorazioni della reggia di Versailles, dove il suo status di dio del sole diventa un emblema del potere universale di Luigi XIV.
La letteratura moderna ha celebrato Apollo attraverso le poesie di John Keats, Percy Bisshe Shelley e Rainer Maria Rilke.
Nel suo saggio La nascita della tragedia, il filosofo Friedrich Nietzsche mette in luce il contrasto tra l’arte “apollinea”, razionale e solare, e quella dionisiaca, improntata invece agli aspetti più oscuri della natura umana.

lunedì 15 agosto 2011

ICARO


E' la storia di un'iniziazione mancata, il racconto di un figlio che si ribella al padre e, per foga giovanile, finisce per perdere la vita. Così, in termini moderni, potrebbe essere riassunto il mito di Icaro, uno dei più celebri della cultura classica. Una storia resa immortale dai versi latini di Ovidio e Virgilio, e nella quale si esprimono due sogni ricorrenti negli uomini di ogni epoca: quello di volare e quello di spingersi oltre i limiti imposti dalla natura umana.
Di lui il mito non ci svela quasi nulla: nè l'età (sappiamo solo che era giovanissimo), nè l'aspetto, e neppure che cosa facesse prima di essere rinchiuso con il padre Dedalo nel labirinto. Per noi, dunque, la storia di Icaro coincide con il suo "folle" volo: un'avventura di orgoglio e caduta in cui ogni uomo può, a suo modo, riconoscersi.

GENEALOGIA DI ICARO

Figlio di DEDALO e della schiava cretese NAUCRATE, ICARO discendeva per via paterna dal fondatore di Atene, il mitico re serpente CECROPE. Costui aveva avuto dalla moglie AGLAURO quattro figli: tre maschi e una femmina, anch'essa chiamata Aglauro. Di lei si invaghì ARES, dio della guerra, che la amò e le diede una figlia, ALCIPPE, poi divenuta moglie di EUPALAMO. E fu dall'unione tra questi due sposi che nacque Dedalo, da cui Icaro ereditò dunque sia sangue divino (lascito di Ares) sia sangue regale (dovuto alla discendenza di Cecrope).
Ateniese per stirpe, Icaro trascorse però l'intera esistenza a Creta. Questo perchè suo padre, Dedalo, che ad Atene si era affermato come geniale inventore e architetto, fu cacciato dalla città natale dopo essersi macchiato di un orribile delitto: l'assassinio del nipote TALO, figlio della sorella Perdice, fatto precipitare a tradimento dall'Acropoli per timore che il suo talento potesse oscurare la fama dello zio. A seguito di quel delitto, Dedalo fu esiliato da Atene e costretto a rifugiarsi a Creta, presso la corte di Minosse, dove in breve conquistò i favori del sovrano e la fiducia della regina Pasifae.

LE ALI DI CERA

Quando nacqua Icaro, Dedalo era già un uomo temuto e potente: il re di Creta, Minosse, lo aveva infatti eletto suo architetto di fiducia, e gli aveva affidato i lavori di costruzione del Labirinto, il palazzo-prigione in cui era stato rinchiuso il mostruoso Minotauro, frutto dei rapporti bestiali della regina Pasifae con il Toro di Creta. Accadde però che a Creta giungesse Teseo, il principe di Atene, e che Dedalo si lasciasse convincere da Arianna, figlia di Minosse, ad aiutare l'eroe a violare il labirinto e uccidere il Minotauro. Non appena seppe del tradimento patito, Minosse si infuriò con Dedalo, che fece arrestare e rinchiudere nel Labirinto con il figlio Icaro. Pensava in tal modo di averlo tolto di mezzo, ma Dedalo, con un colpo di genio, fabbricò per sè e per Icaro due paia di ali - costruite con piume di uccelli raccolte nel Labirinto - e se ne servì per volare insieme al figlio fuori dal Labirinto.
Prima di partire, Dedalo aveva raccomandato a Icaro di non volare troppo in basso, dove l'umidità poteva appesantire le ali, nè di salire oltre misura. Ma Icaro, inebriato dal volo, non obbedì al padre, e si spinse troppo vicino al Sole: il calore dei raggi sciolse così la cera che teneva incollate le piume, le ali si sfasciarono e Icaro precipitò nel mare sottostante, che da allora fu chiamato Icario.
Accanto a questa versione del mito, ne esistevano poi altre che miravano a eliminare la dimensione del volo, percepita dagli antichi come inverosimile. Si raccontava per esempio che Dedalo e Icaro, liberati dal Labirinto grazie all'intervento di Pasifae, fuggissero da Creta su due barche a vela (Dedalo, infatti, era ritenuto anche l'inventore delle vele). Icaro però non riuscì a governare la sua imbarcazione e si capovolse, morendo annegato. In sua memoria il padre, una volta giunto in Italia, fece erigere a Cuma un tempio consacrato ad Apollo, sul cui tetto d'oro istoriò in bassorilievo le gesta del figlio.


DEDALO, IL GENIO

Da Cuma, Dedalo si traaferì in Sicilia, dove conquistò l'affetto del re Cocalo fabbricando per le sue figlie delle speciali bambole snodate. Nel frattempo, però, Minosse aveva iniziato a dargli la caccia, ed era sbarcato in Sicilia con la sua flotta. Non sapendo dove si nascondesse il fuggitivo, il re di Creta escogitò uno stratagemma : ovunque giungesse, prometteva una ricompensa a chi fosse riuscito a far correre dentro i meandri di una conchiglia un filo di lino. Sapeva infatti che solo un genio come Dedalo sarebbe riuscito a venire a capo della prova. E infatti il grande architetto, ignaro del pericolo che correva, non si smentì: forò a un'estremità la conchiglia, fece colare del miele lungo le sue venature e poi legò il filo di lino a una formica che, attratta dal miele, percorse da cima a fondo l'intricato tracciato. A quel punto Minosse ordinò a Cocalo la consegna di Dedalo; ma questi, con l'aiuto delle figlie del re, praticò un foro nella stanza da bagno di Minosse e lo sommerse con un getto di pece bollente.
Dopo l'uccisione di Minosse, dalla Sicilia Dedalo si trasferì in Sardegna, dove lasciò varie tracce del suo genio architettonico. In seguito di lui si persero del tutto le tracce, ma il suo nome continuò a essere ricordato nel mondo antico come emblema del genio universale, di volta in volta scultore, architetto o inventore di prodigiosi marchingegni.

L'IDEA DEL LABIRINTO

A detta di alcuni studiosi, il mito del Labirinto, la più celebre opera architettonica di Dedalo, sarebbe stato ispirato dalla planimetria molto complessa dei palazzi cretesi, ricchi di corridoi, stanze e gallerie.

LA SCULTURA DEDALICA

Gli antichi attribuivano a Dedalo il merito di avere sviluppato l'arte della scultura, che da canoni semiartigianali passo, grazie a lui, a forme più monumentali e accurate. Ancora oggi, del resto, si definisce "dedalica" tutta la scultura arcaica greca, databile attorno al VII secolo a.C. e caratterizzata da statue rigidamente frontali.

L'INVENZIONE DEI NURAGHI

Secondo lo storico greco Diodoro Siculo (I sec. a.C.), durante la sua permanenza in Sardegna, Dedalo creò i nuraghi, massicce torri coniche composte da massi di pietra sovrapposti a secco.


IL GUARDIANO DI BRONZO

Alla figura di Dedalo si lega anche il mito di Talos, il gigantesco automa di bronzo che, ai tempi di Minosse, faceva la guardia all'isola di Creta. Benchè infatti le fonti antiche ne attribuissero la creazione al dio del fuoco Efesto, c'era chi sosteneva che a forgiarlo fosse stato invece Dedalo, maestro nell'arte di lavorare i metalli. Instancabile e obbediente, Talos si gettava nel fuoco, surriscaldava il bronzo di cui era fatto e si precipitava contro gli "invasori", bruciandoli vivi.
Talos era invulnerabile in tutto il corpo, fuorchè all'altezza della caviglia, dove aveva una piccola vena chiusa da un perno. E fu proprio addormentando con un incantesimo l'automa, e poi togliendo quel "tappo" che tratteneva i suoi fluidi vitali, che la maga Medea riuscì a uccidere Talos, consentendo agli Argonauti di sbarcare a Creta.

UN ANGELO TRA LE STELLE

Il mito di Icaro, sopravvissuto nei secoli grazie a Le Metamorfosi di Ovidio, fu ripreso nel medioevo da Dante, Boccaccio e Chaucer. La cultura rinascimentale ribaltò il giudizio negativo sul "folle" volo - ritenuto fino ad allora un esempio di hybris, cioè di arrogante rifiuto dei propri limiti - espimendo nei versi di Jacopo Sannazzaro la propria ammirazione per l'audacia di Icaro.
Meno enfatica l'interpretazione del mito offerta dal pittore Pieter Brueghel il Vecchio, che ambienta la morte di Icaro in un contesto contadino, dove nessuno pare interessato alla tragedia in atto.
In secoli più vicini a noi, hanno riletto il mito ovidiano William H. Auden, Gabriele D'Annunzio e James Joyce, nonchè i pittori Marc Chagall ed Henry Matisse, quest'ultimo autore di un dipinto in cui Icaro appare come una sorta di angelo galleggiante tra le stelle.

martedì 26 luglio 2011

TESEO


E' uno dei grandi eroi del mondo classico, il "rivale" ateniese di Eracle, il cui mito era nato invece nell'area del Peloponneso. Protagonista di un'infinità di battaglie, avventure e imprese (tra cui la celebre uccisione del Minotauro), fu onorato dai suoi concittadini anche come padre della patria, fondatore della potenza ateniese e riformatore delle istituzioni pubbliche cittadine.
Teseo era considerato dai greci il padre di Atene, una città che non aveva fondato ma che, secondo la tradizione, aveva rinnovato e reso grande. Alle sue imprese si facevano risalire l'espansione territoriale di Atene e il suo dominio sull'Attica. Dall'azione politica di Teseo si pensava discendessero invece le istituzioni della democrazia greca.

GENEALOGIA DI TESEO

Esistono due diverse tradizioni sulla nascita di Teseo. La più accreditata fa dell'eroe attico il figlio di EGEO, antico re di Atene, e di ETRA, principessa di Trezene e discendente, attraverso il nonno PELOPE, dal grande ZEUS. Secondo questa tradizione, il concepimento di Teseo sarebbe stato il frutto di un inganno: Egeo, infatti, non riuscendo ad avere figli, si era rivolto all'oracolo di Delfi, che, però, gli aveva risposto in modo oscuro. Il re ateniese, in cerca di conforto, si recò dall'amico PITTEO, re di Trezene, il quale approfittò dello scoramento del sovrano per farlo ubriacare. Poi ordinò alla figlia Etra di trascorrere una notte con lui. Dalla loro unione nacque un figlio, che venne chiamato Teseo. Un'altra versione dei fatti sostiene però che Etra, ispirata da un sogno inviatole da Atena, la notte stessa in cui si congiunse con Egeo andò a offrire sacrifici sull'isola di Sferia, al largo di Trezene. Lì fu sorpresa da POSEIDONE, dio del mare, che la prese con la forza e la ingravidò. L'eroe attico, secondo questa variante del mito, avrebbe dunque due padri: uno umano, Egeo (da cui la sua natura mortale), e l'altro divino, Poseidone, che gli avrebbe trasmesso una forza e un coraggio eccezionali.

LONTANO DAL PADRE

Malgrado attendesse da tempo la nascita di un erede, Egeo non portò con sè ad Atene Teseo. Temeva infatti che i suoi 50 nipoti, detti Pallantidi, sentendosi esclusi dalla successione attentassero al suo trono e cercassero di uccidere il neonato. Teseo crebbe perciò a Trezene, sotto la tutela del nonno Pitteo, affidato alle cure della madre Etra e dei migliori precettori. A sette anni, in occasione di una visita di Eracle alla città, diede per la prima volta prova del suo valore: un giorno in cui il celebre ospite era a colloquio con il nonno, e aveva abbandonato in una sala la pelle di leone che usava come manto, Teseo, scambiandola per un leone vero, le si avventò contro come una furia, colpendola ripetutamente con una spada. In seguito Teseo, ormai adolescente, si recò a Delfi consacrandosi al dio Apollo. Al suo ritorno a Trezene, la madre gli svelò la verità sulle sue origini. Etra lo condusse in un luogo segreto, dove Egeo, prima di partire, aveva nascosto dietro un masso una spada e un paio di sandali. E gli raccontò di come lo stesso Egeo le avesse raccomandato di non svelare quel nascondiglio al figlio se non quando questi fosse stato abbastanza forte  per spostare da solo il masso. Ora quel momento era giunto, disse Etra a Teseo. E lo invitò a recuperare la spada e i sandali lasciati per lui dal padre.

LA SPADA SOTTO LA ROCCIA

Non senza fatica, Teseo scostò il masso indicatogli dalla madre e si appropriò della spada e dei sandali che il padre gli aveva lasciato. Poi partì per Atene, incurante degli inviti di Etra a essere prudente. Ansioso di emulare le gesta di Eracle, egli non prese neppure in considerazione l'ipotesi di raggiungere Atene via mare. Preferì invece muoversi a piedi, incamminandosi lungo un sentiero infestato da briganti.


IL LETTO DI PROCUSTE

Nel corso del suo viaggio verso Atene, Teseo affrontò e soppresse diversi briganti. Uno su tutti, Procuste (o Damaste), il crudele gigante che legava i passanti a un letto e poi li "adattava" alla sua misura tagliandoli o stirandoli secondo necessità. Teseo sconfisse Procuste in un furibondo duello, poi, con spietato contrappasso, lo uccise segandogli le gambe.

L'ARRIVO AD ATENE

Dopo aver ripulito l'Attica dai suoi briganti, Teseo giunse in incognito ad Atene, con l'intenzione di incontrare al più presto il padre Egeo. Ma questi, all'epoca, era in balia della sua amante, la maga Medea, che intuì l'identità del giovane e fece il possibile per eliminarlo. Per prima cosa gli ordinò di catturare il toro di Maratona, un mostruoso bovino che Teseo soggiogò a mani nude e trascinò poi con una corda fino ad Atene. Medea allora rivide i suoi piani, e convinse Egeo a offrire un grande pranzo in onore di Teseo. Poi, con il consenso del re (che temeva quel giovane così valoroso), porse all'eroe una coppa di vino avvelenata. Prima di berlo, però, Teseo estrasse come per caso la spada di Egeo e questi, riconoscendola, si gettò al collo del figlio, scagliando lontano la coppa avvelenata. Teseo ottenne così gli onori meritati, mentre Medea, smascherata, dovette andare in esilio.

SUL TRONO DI ATENE

Poco dopo essersi reincontrato con il padre, Teseo compì la sua impresa più celebre: si recò a Creta e uccise il Minotauro, il mostruoso uomo-toro a cui, ogni anno, Atene doveva versare un odioso tributo di sangue. Poi rientrò in patria, ma, al suo arrivo in porto, si scordò di sostituire le vele nere con quelle bianche, segno di vittoria. Egeo pensò così che il figlio fosse morto e si gettò dalle mura cittadine. Il suo suicidio spinse Teseo sul trono, inaugurando un'epoca di sostanziali cambiamenti. In primo luogo Teseo realizzò il "sinecismo", ovvero unificò le diverse borgate dell'Attica nello stato di Atene. Istituì inoltre le Feste Panatenee, simbolo della raggiunta unità politica, e divise la società  in tre classi: nobili, artigiani e coltivatori. Infine pose le basi delle future istituzioni democratiche di Atene. L'intensa attività di governo non distolse comunque Teseo da guerre e avventure: dopo aver assoggettato la città di Megara, egli affrontò e vinse le Amazzoni, infuriate perchè l'eroe aveva rapito e sposato una di loro, Antiope. Con l'amico Piritoo, partecipò inoltre alla guerra tra Lapiti e Centauri, scatenata dal tentativo di stupro di Ippodamia da parte di un Centauro, e si spinse fino negli Inferi, dove fu liberato da Eracle dopo una lunga prigionia. Al suo rientro in Atene, trovò una situazione profondamente mutata: le fazioni politiche si contendevano il potere e lui stesso era stato di fatto esautorato. Disperando di poter riaffermare la sua autorità, si recò in esilio sull'isola di Sciro, dove il re Licomede dapprima gli si finse amico, ma poi lo uccise facendolo precipitare da una rupe. Le sue spoglie rimasero a lungo insepolte, finchè non vennero riportate ad Atene e inumate in un tempio ai piedi dell'Acropoli. Iniziò allora il culto degli Ateniesi per Teseo, venerato come protettore della città: si raccontava addirittura che, durante la battaglia di Maratona, egli fosse apparso ai soldati ateniesi, trascinandoli con i suoi incitamenti alla vittoria sui Persiani. 



ALL'OMBRA DEL MINOTAURO

Meno atletico di Eracle, meno cerebrale di Edipo, meno inquieto di Ulisse, Teseo finì presto in una sorta di cono d'ombra, schiacciato dalla fama della sua vittima più celebre, il Minotauro. Di lui tuttavia si ricordarono nel medioevo grandi poeti come Giovanni Boccaccio e Geoffrey Chaucer - che lo fece protagonista di uno dei Racconti di Canterbury - e, nel XVII secolo, un drammaturgo amante dei classici  come Jean Racine. In campo figurativo, Teseo è stato immortalato da pittori come Vittore Carpaccio, Nicolas Poussin, Pieter Paul Rubens, oltre che, di recente, da Pablo Picasso. Notevoli le riletture del suo mito effettuate nel XX secolo da Andrè Gide e Cesare Pavese, a cui va aggiunto, in campo cinematografico, un film d'avventure di Silvio Amadio, Teseo contro il Minotauro, girato nel 1960.

mercoledì 20 luglio 2011

CERBERO


Gli autori greci descrivevano l'Aldilà come un luogo oscuro e desolato, popolato da mostri che sorvegliavano e intimorivano le anime dei defunti. Tra queste creature, la più temuta era Cerbero, un famelico cane a tre teste che presidiava l'ingresso dell'Ade. Un compito a cui Cerbero si dedicava con solerte ferocia, spezzando le illusioni di colore che, dopo la morte, pensavano di poter sfuggire agli abissi tenebrosi dell'Oltretomba.
Fauci ringhianti da mastino, una coda cosparsa di aculei, la schiena ricoperta di vipere: così i poeti anichi immaginavano Cerbero, il cane da guardia degli inferi, un mostro che, con le sue tre teste, simbolizzava la perdita del passato, del presente e del futuro legata alla morte.

GENEALOGIA DI CERBERO

Il feroce CERBERO aveva ereditato la sua natura mostruosa dai genitori: il padre TIFONE, figlio di TARTARO e di GAIA, era un gigante alato con cento teste, occhi fiammeggianti e la parte inferiore del corpo composta da due spire di serpente. La madre ECHIDNA, invece, nata dall'unione delle divinità marine FORCO e CETO (ma una differente tradizione la faceva discendere dal gigante CRISAOR), aveva un busto da donna innestato su una coda di vipera. Dagli amori tra Tifone ed Echidna ebbe origine Cerbero, che prese dal padre le dimensioni gigantesche e la forza bruta, mentre dalla madre ereditò la voracità (si diceva che Echidna divorasse tutti i passanti che transitavano davanti alla sua grotta, in Cilicia). Oltre al cane infernale, i due mostruosi compagni avevano anche altri figli, tutti parimenti terrificanti: dall'IDRA DI LERNA, sopraffatta da Eracle in occasione della seconda fatica, ad ORTRO, il cane a più teste che vigilava sulle mandrie di Gerione, fino alla CHIMERA, il leggendario animale, per metà capra e per metà leone, ucciso da Bellerofonte.

A GUARDIA DEI MORTI

Cerbero dimorava lungo le rive del fiume Stige, nel punto in cui il nocchiero Caronte, attraversate con la sua imbarcazione le acque scure dell'Acheronte, depositava le anime dei defunti destinate all'Ade. Non appena sbarcati, i nuovi arrivati trovavano ad accoglierli il cane infernale, che li scortava ringhiando fino all'ingresso degli Inferi e si allontanava solo quando era certo che tutti avessero varcato quella soglia fatale. Se qualcuno tentava di fuggire, Cerbero lo inseguiva e lo riportava indietro a forza, non senza averlo prima dilaniato con le sue zanne. Nessun dono poteva placare la furia di Cerbero; al più si poteva ammansire per qualche istante l'ira della belva gettandole in pasto la focaccia di miele che i Greci, proprio a tale scopo,  ponevano nella tomba accanto al defunto. Solo pochi eroi avevano avuto il privilegio di vedere Cerbero da vivi: tra costoro Eracle, l'unico insieme ad Ade, dio dell'Oltretomba, a essere riuscito a domarlo. Eracle discese agli Inferi su ordine di Euristeo, re di Tirinto e Micene, che come dodicesima e ultima fatica gli aveva imposto proprio di riportare Cerbero sulla terra. L'ero si presentò dunque ad Ade e gli chiese il permesso di condurre con sè il cane. Ade dapprima glielo negò, ma poi acconsentì alla richiesta dell'eroe, a patto che questi riuscisse ad addomesticare Cerbero a mani nude. Impresa che, puntualmente, l'eroe portò a termine, dimostrandosi più forte persino della morte.

DOMATO DA ERACLE

Non appena si trovò dinanzi Cerbero, Eracle gli si avventò contro e lo soggiogò. Poi lo legò con pesanti catene e lo trascinò fino a Tirinto, dove Euristeo, vedendo il mastino infernale giungere al guinzaglio del cugino Eracle, ne ebbe così paura che si rifugiò in una giara.


IL POTERE DEL CANTO

Un altro personaggio mitologico greco riuscì ad eludere la feroce guardia di Cerbero e a varcare le soglie dell'Oltretomba. Si tratta di Orfeo, il cantore e poeta tracio che si spinse fino negli Inferi per recuperare la moglie Euridice, morta per il morso velenoso di un serpente. Orfeo non aveva il vigore fisico di Eracle, che era riuscito a sopraffare Cerbero con la forza. Aveva però ricevuto in dono dagli dèi l'arte della musica: intonò perciò con la sua lira un canto così irresistibile che Cerbero, come stregato da quella melodia, lo lasciò passare.

ENEA E LA VEGGENTE

Secondo il poeta latino Virgilio, anche il fondatore di Roma, Enea, scese agli Inferi dove incontrò le anime di coloro che avrebbero reso grande la città da lui creata. In questo viaggio l'eroe fu accompagnato dalla Sibilla Cumana, la veggente di Cuma, che lo aiutò a superare la guardia di Cerbero gettando all'insaziabile mostro una focaccia imbevuta di sostanze soporifere.

L'ALDILA' OMERICO

Il regno su cui Cerbero vigilava era, al contrario dell'Aldilà cristiano, un vero e proprio luogo fisico, collocato nelle profondità della Terra e dotato di caratteristiche geografiche precise, anche se mutevoli a seconda delle epoche. Così Omero, nell'Iliade, descrive l'Oltretomba come una terra squallida e spoglia, immersa in una tenebra perenne nella quale vagano, simili a ombre senza coscienza, le anime dei defunti. Per accedervi da vivi bisogna recarsi al Paese dei Cimmeri, una regione sempre avvolta dalle nebbie, dove si trova l'ingresso al regno dei morti. Inoltre, secondo il più grande poeta arcaico greco, coloro che si sono ribellati violentemente agli dèi vengono per punizione sprofondati nel Tartaro, un abisso posto molto al di sotto dell'Ade, dove, per esempio, sono imprigionati i Titani. Agli eroi viene invece riservato un destino di beatitudine nei Campi Elisi, un regno di felicità e pace posto all'estremo occidente della Terra. Con il maturare delle dottrine filosofiche e religiose greche, anche l'immagine dell'Aldilà andò modificandosi. Si affermò per esempio l'idea che le anime avessero sorti diverse a seconda del comportamento più o meno virtuoso tenuto in vita. Inoltre si precisarono i contorni geografici dell'Ade, nel quale scorrevano diversi fiumi, tra cui lo Stige, l'Acheronte, il Flegetonte e il Lete, e si estendeva un'immensa palude detta Acherusia. Dal punto di vista "logistico", il compito di smistare il traffico dei morti era affidato a due figure mostruose, Caronte e Cerbero, mentre la valutazione dei meriti e demeriti dei defunti era affidata a tre giudici inflessibili, Minosse, Eaco e Radamante. Su tutti, defunti, giudici e mostri infernali, regnava Ade, dio degli Inferi, crudele e autoritario quanto la moglie Persefone.


UN DEMONE INFERNALE

Dopo il collasso della civiltà greco-latina, la figura di Cerbero finì per essere assimilata a quella di un demone infernale, sulle tracce dell'interpretazione figurale offerta dai padri della Chiesa, che miravano a incorporare i miti pagani nella tradizione cristiana. Anche il medioevo predilisse l'interpretazione allegorica del personaggio, facendone di volta in volta l'emblema dell'ingordigia, della discordia (per via delle tre teste), delle diverse età dell'uomo (giovinezza, maturità, vecchiaia). L'arte rinascimentale e postrinascimentale riservò scarsa attenzione a Cerbero, che ebbe al più ruoli da comprimario nei dipinti dedicati a Eracle e Orfeo (come il celebre Orfeo ed Euridice di Pieter Paul Rubens). Più massiccia la presenza di Cerbero nella cultura contemporanea, sia in romanzi di successo come Harry Potter e la Pietra Filosofale, di G.K. Rowlings, sia in film dell'orrore (per esempio Cerberus - Il guardiano dell'Inferno, di John Terlesky) e fumetti manga.

mercoledì 6 luglio 2011

ERACLE (ERCOLE)


I Romani lo chiamavano Ercole ed è l'eroe greco per eccellenza. Le leggende che lo vedono protagonista sono così numerose da essere state raccolte in un ciclo narrativo. Eracle è l'uomo che cade ma si risolleva, l'eroe che affronta il Male a viso aperto e lo vince. Un tramite per il mondo divino del quale, attraverso un processo di purificazione che culmina nella sua apoteosi, riuscirà infine a far pienamente parte.
Figlio di una mortale e del signore degli dèi, Eracle, come tutti gli eroi greci, ha insieme geni umani e divini. Dotato di una forza sovrannaturale, che gli consente di superare prove temute dagli stessi dèi, rivela però anche una inattesa fragilità, eredità della sua origine terrena e causa di frequenti e rovinose cadute.

GENEALOGIA DI ERACLE

Secondo il mito, ERACLE (Ercole per i Romani) ebbe due padri, l'uno mortale e l'altro immortale. Il padre immortale fu ZEUS che, per unirsi con la bella ALCMENA, nipote di PERSEO, assunse le sembianze del marito della donna, ANFITRIONE. Per soddisfare appieno il suo capriccio amoroso, Zeus chiese inoltre al Sole di non percorrere con il suo cocchio il cielo per tre giorni. Ebbe così a disposizione una lunghissima notte per generare con Alcmena il figlio che, secondo l'oracolo, avrebbe dovuto governare sulla stirpe di Perseo. Il padre mortale di Eracle fu invece Anfitrione, re di Tirinto, che, pur cosciente dell'inganno subito dal signore dell'Olimpo, seppe allevare come suo quel bimbo straordinario, trattandolo alla pari dell'altro figlio IFICLE. La vita di Eracle fu sin dall'inizio condizionata dall'odio di Era, che lo detestava in quanto frutto degli amori adulterini del marito Zeus con Alcmena. La dea fece perciò di tutto per ritardare la nascita dell'eroe, in modo che il cugino EURISTEO, venuto alla luce prima di lui, gli sottrasse il diritto di regnare su Micene e Tirinto. Poi la regina dell'Olimpo inviò due serpenti velenosissimi nella culla di Eracle, affinchè lo uccidessero ancora in fasce. Il suo piano però fallì, in quanto l'eroe, già allora straordinariamente forte, afferrò i due serpenti per la gola  e li strangolò.

LE DODICI FATICHE

Una volta adulto, Eracle prese in sposa Megara, figlia del re di Tebe, dalla quale ebbe otto figli. Poco dopo però, a causa di un eccesso di follia provocatogli dalla sua nemica Era, uccise tutti i suoi figli, e due di quelli del fratello Ificle. Straziato da dolore, l'eroe allora chiese consiglio all'oracolo di Delfi, che gli ordinò di porsi per dodici anni al servizio del cugino Euristeo, divenuto nel frattempo re di Tirinto: solo così si sarebbe affrancato dal suo crimine ottenendo l'immortalità. Obbediente al volere divino, Eracle raggiunse Tirinto e si assoggettò al cugino che, per concedergli la purificazione, gli impose però una serie di prove terribili: le cosiddette "dodici fatiche". L'eroe iniziò dunque il suo percorso di rinascita affrontando il Leone di Nemea, la belva che insanguinava la regione tra Micene e Nemea. Dovette quindi eliminare l'Idra di Lerna, un mostro a nove teste che ricrescevano non appena recise, e poi catturare la Cerva di Cerinea, nota per la sua inafferrabilità. Nella quarta fatica Eracle affrontò il Cinghiale di Erimanto, che devastava il Peloponneso, dopodichè fu incaricato di liberare il lago Stinfalo dagli uccelli assassini che lo infestavano e di ripulire le immense stalle del re Augia, impresa che compì deviando due fiumi. Per la settima fatica Eracle si recò a Creta, dove catturò il toro infuriato che sgomentava l'isola. Quindi soggiogò le quattro giumente di Diomede, abituate a nutrirsi di carne umana, e sottrasse a Ippolita, regina delle Amazzoni, la cintura che Ares le aveva donato. La decima fatica portò l'eroe fino sull'isola di Erizia, ai confini del mondo conosciuto: lì viveva un gigante a tre teste, Gerione, che custodiva una splendida mandria. Eracle gliela sottrasse e, dopo averla portata a Euristeo, partì per il Giardino delle Esperidi, da cui trafugò i tre pomi d'oro offerti da Gaia a Era come dono di nozze. Infine l'ultima impresa: Eracle scese negli Inferi e vi catturò Cerbero, il cane a tre teste che sorvegliava il regno dei morti. A quel punto Euristeo, incapace di trovare altre prove da sottoporre al cugino, lo sciolse dal suo voto. Eracle riebbe così la libertà e, purificato dal suo delitto, potè infine tornare a Tebe.


LE ALTRE IMPRESE

Oltre alle dodici fatiche, Eracle compì un numero imprecisato di altre imprese, capitoli di un ciclo mitologico senza paragoni per ampiezza nella cultura classica. Molte di queste imprese furono realizzate quasi per capriccio, a margine dei viaggi che l'eroe effettuò per portare a termine le dodici fatiche; altre vengono ascritte al periodo immediatamente precedente o, più spesso, successivo alla servitù presso Euristeo. Dall'insieme di queste avventure emerge il ritratto di un eroe inquieto, perennemente in viaggio da una sponda all'altra del Mediterraneo, pronto a spingersi fino ai confini estremi del mondo conosciuto - identificati appunto con le colonne d'Ercole - pur di soddisfare la sua fame di avventure. Un destino di esploratore che già connotava la figura dell'eroe guerriero - in lotta permanente contro le forze del Caos - protagonista di tante leggende arcaiche riferibili alla figura di Eracle. Ma furono gli autori di epoca classica ad esasperare la vocazione itinerante di Eracle, facendone l'incarnazione del nuovo spirito cosmopolita del mondo greco, ormai proiettato ben oltre il Peloponneso. Un eroe che, attraverso i suoi viaggi da un continente all'altro, conquistava alla conoscenza nuovi territori e allargava, sia verso Occidente sia verso Oriente, la sfera di influenza della civiltà  da cui il suo mito era stato originato.

PASSAGGIO IN AFRICA

Mentre di aggirava per la Libia alla ricerca del Giardino delle Esperidi, Eracle si imbatte in Anteo, un gigante che uccideva tutti i viandanti che incontrava. Figlio di Poseidone e Gaia, Anteo era invulnerabile finchè restava in contatto con sua madre, la Terra. Per ucciderlo, dunque, Eracle dovette afferrarlo per il tronco e tenerlo sollevato dal suolo fino a che non lo ebbe soffocato.

LE COLONNE D'ERCOLE

In viaggio verso l'isola di Erizia, Eracle giunse allo stretto di Gibilterra, nel nord della Spagna. Era l'estremo limite del mondo conosciuto, il confine oltre il quale nessuno aveva osato mai spingersi. Eracle, temerariamente, lo varcò, ma prima spaccò in due il monte che divideva il Mediterraneo dall'Oceano Atlantico e creò le colonne d'Ercole, identificabili con i monti Abila e Calpe, le alture che cingono lo stretto. Poi, sul monte Calpe, incise la scritta Nec Plus Ultra che significa "non oltrepassare".

IL SOGGIORNO ASIATICO

Eracle passò dall'Asia due volte: quando si recò in Anatolia per recuperare la cintura d'Ippolita e quando, in segno di penitenza per avere offeso il dio Apollo, si sottomise alla regina di Lidia, Onfale, che servì come schiavo per tre anni. In questo periodo l'eroe condusse una vita dissipata, cedendo alle seduzioni della regina e accettando per lei ogni sorta di umiliazione. La bellissima regina convinse addirittura Eracle a vestirsi da donna, abbandonando il suo "mestiere" di eroe per dedicarsi a mansioni femminili come la filatura della lana.


L'ULTIMA META

Lasciata la corte di Lidia, Eracle si sposò con Deianira, figlia del re di Calidone, conducendola con sè in Tracia. Durante il viaggio, però, i neosposi incontrarono il centauro Nesso che, con il pretesto di trasportare la donna al di là del fiume, tentò di violentarla. Eracle lo uccise con una freccia, ma il centauro, prima di spirare, convinse Deianira a raccogliere il suo sangue in un vaso, dicendole che si trattava di un filtro d'amore. Anni dopo Deianira, rosa dalla gelosia per gli amori tra il marito e la bella Iole, si ricordò del filtro del centauro, e vi intinse una veste che poi donò a Eracle. Il sangue di Nesso però era avvelenato e, non appena l'eroe ebbe indossato l'abito, sentì il corpo accendersi di un bruciore mortale. Intuendo che la fine era vicina, Eracle fece allestire una pira dal figlio Illo e vi si adagiò sopra. Poi diede fuoco alla legna, ma prima che le fiamme lo lambissero, Zeus scese di persona sulla Terra e, caricato Eracle sul suo carro, lo condusse con sè sull'Olimpo.

L'ANTENATO DI TUTTI I SUPEREROI

Con la fine della classicità, la cultura cristiana iniziò a vedere in Eracle il pendant pagano di Cristo, a cui lo accomunavano la discesa vittoriosa agli inferi e il supplizio finale. In seguito, gli autori medievali fecero di Eracle il modello del cavaliere perfetto, personificazione delle virtù eroiche celebrate da Francesco Petrarca nel De Viris Illustribus. La spettacolarità delle imprese di Eracle, eroe d'azione per eccellenza, ha affascinato molti pittori e scultori, tra cui Andrea Mantegna, Michelangelo Buonarroti e, più tardi, Jean-Honorè Fragonard. Nel XX secolo lo svizzero Friedrich Durrenmatt, nel radiodramma Eracle e le stalle di Augia, ha fatto dell'eroe un riformatore incapace di ripuilire il mondo dalle scorie del Male. Anche la cultura pop si è impadronita del mito di Eracle, talvolta direttamente, come nel film d'animazione Hercules (1997) della Walt Disney, più spesso indirettamente, dando ai supereroi di cinema e fumetti poteri simili a quelli del semidio.

martedì 5 luglio 2011

CHIRONE


Per metà uomini e per metà cavalli, i centauri erano esseri primitivi dediti alla violenza, allo stupro e al saccheggio. Uno solo di loro amava la pace e lo studio delle scienze umane: il sapiente Chirone, che fu precettore di grandi eroi come Achille ed Eracle e visse e morì come un antico filosofo.
Di natura semidivina, Chirone è un centauro un po' speciale. Colto e solitario, ama gli uomini anzichè combatterli, come fanno tutti i suoi simili. Per questo motivo è ritenuto il precettore ideale degli eroi, che nel mito hanno il compito di difendere la civiltà dal caos generato dai mostri.

GENEALOGIA DI CHIRONE

Il centauro CHIRONE è il frutto degli amori tra CRONO, sovrano della generazione divina precedente agli Olimpici, e la ninfa FILIRA (in greco "tiglio"), figlia del dio delle acque OCEANO e di TETI. Secondo la maggior parte degli autori, Crono si era unito a Filira sotto forma di puledro per non insospettire la moglie Rea, gelosissima delle sue amanti. Ciò spiegava l'immortalità di Chirone e la sua duplice natura, per metà umana e per metà equina. Un'altra versione del mito sostiene invece che fosse stata la stessa Filira a trasformarsi in giumenta, nel tentativo di sfuggire al dio che intendeva violentarla. Crono, però, si era tramutato a sua volta in cavallo, e così era riuscito a renderla madre. Una volta adulto, Chirone, a dispetto dell'aspetto mostruoso, trovò l'amore della ninfa CARICLO, figlia del dio APOLLO, con la quale generò OCIRROE, così chiamata dal nome del ruscello presso cui era nata. Ocirroe aveva ricevuto alla nascita il dono della divinazione, ma poichè se ne serviva sconsideratamente svelando segreti riservati solo agli dèi, questi ultimi la punirono trasformandola in cavalla: da quel momento prese il nome di IPPO.

AMICO E MAESTRO

Chirone fu abbandonato dalla madre alla nascita: Filira infatti, nauseata dall'aspetto mostruoso del figlio, chiese e ottenne dagli dèi di essere tramutata in tiglio. Chirone crebbe così in solitudine, sul monte Pelio (in Tessaglia), istruito da Apollo e Artemide che suscitarono in lui l'amore per l'arte e la caccia. Presto la fama della sua sapienza si diffuse e cominciarono a recarsi da lui dèi e sovrani. Il re di Ftia, Peleo, si rivolse a Chirone quando decise di sposare la ninfa Tetide, che lo respingeva. Il Centauro istruì il sovrano sulle doti metamorfiche della ninfa, e così quando Tetide, sorpresa nel sonno, si ribellò al suo tentativo di possederla, Peleo non fu colto impreparato. Mentre la divinità si trasformava successivamente in fuoco, acqua, leone, serpe e persino seppia, egli la tenne ben stretta, senza mai mollarla. Alla fine la ninfa, spossata, si piegò al volere del re e acconsentì alle nozze. Riconoscente, Peleo affidò a Chirone l'ultimo figlio avuto dalla ninfa, Achille, che il centauro educò alla sincerità e al disprezzo delle cose materiali. Il metodo didattico di Chirone, che tra i suoi allievi ebbe anche Giasone e Asclepio, si basava sull'insegnamento della musica, della filosofia, della medicina, della caccia e dell'arte del combattimento. Era anche celebre per le sue doti divinatorie,e a lui si rivolsero molti dèi per conoscere il loro futuro.

UNA DIETA SPECIALE

Per forgiare Achille nel fisico e nel carattere, Chirone gli imponeva una dieta speciale, a base di cuore di leone, midollo d'orso (per acquisire la forza di questi animali) e miele (per rendere più dolce la sua eloquenza). Fu lui a ribattezzare il figlio di Peleo, Achille: in precedenza era chiamato Ligirone.


L'ARTE DI GUARIRE

Senza l'aiuto di Chirone, Asclepio non sarebbe mai diventato dio della medicina. Tutto ciò che il figlio di Apollo sapeva a proposito di unguenti ed erbe curative gli era infatti stato insegnato da Chirone, che gli svelò anche i segreti della chirurgia, arte in cui il centauro eccelleva.

LA RINUNCIA ALL'IMMORTALITA'

In quanto semidio, Chirone era destinato all'immortalità. Tuttavia decise di sua volontà di rinunciare a questo privilegio quando, ferito accidentalmente da una freccia scagliata da Eracle durante una rissa con altri centauri, si accorse che nessun unguento avrebbe potuto guarire la piaga al ginocchio generata dal dardo. Si ritirò allora nella sua grotta e supplicò Zeus di lasciarlo morire. Ma poichè, a causa della sua origine semidivina, non poteva farlo, cedette la propria immortalità a Prometeo, il Titano condannato ad atroci tormenti per il furto del fuoco agli dèi, ottenendone in cambio la mortalità. Chirone trovò così la pace e il suo corpo fu tramutato da Zeus in una costellazione, detta poi del Sagittario.

GLI ALTRI CENTAURI

A parte Chirone, il solo centauro a cui gli antichi attribuivano saggezza e cultura era Folo, figlio del satiro Sileno. Per il resto la popolazione dei centauri era composta da individui rozzi e malvagi, irresistibilmente attratti dalla violenza e resi ancora più brutali dal vino, che non erano abituati a bere. La loro stessa stirpe, del resto, era fatta risalire a un atto sacrilego: si sosteneva, infatti, che il progenitore di tutti i centauri fosse nato dall'unione tra il re tessalo Issione e una nube, a cui Zeus aveva dato le sembianze della moglie Era per vedere fino a che punto il sovrano gli fosse devoto. Il risultato di questo accoppiamento era stano un ibrido di nome Centauro, che aveva poi riprodotto la specie congiungendosi alle giumente del monte Pelio. Vera o falsa che fosse questa leggenda, di sicuro tutti i miti relativi ai centauri confermavano la loro natura più bestiale che umana. Celebre, per esempio, era l'episodio delle nozze tra Piritoo, re dei Lapiti, e Ippodamia, in cui i centauri, invitati al banchetto nuziale, prima si erano ubriacati e poi avevano cercato di stuprare la sposa. Ne era scaturita una rissa al termine della quale Piritoo, fiancheggiato dall'amico Teseo, era riuscito a sconfiggere i centauri, cacciandoli per sempre dalla Tessaglia. Anche Eracle ebbe a più riprese a che fare con i centauri. La prima volta proprio in Tessaglia, dove si scontrò con loro in una zuffa che, a causa di una freccia vagante, costò la vita a Chirone. Poi presso il fiume Eveno, in Etolia, dove Nesso, uno dei centauri più crudeli, tentò di rapire Deianira, sposa dell'eroe. Eracle lo uccise, ma Nesso, prima di morire, convinse Deianira ad accettare un filtro d'amore fatto con il suo sangue. In realtà si trattava di un veleno potentissimo, come ebbe modo di scoprire la stessa Deianira allorchè, volendo risvegliare l'interesse amoroso di Eracle, gli inzuppò la veste del filtro malefico. E in tal modo condannò a morte il marito.


GUARDIANI DELL'INFERNO

I centauri godettero di buona reputazione solo agli albori del Cristianesimo, quando furono visti come una prefigurazione della duplice natura di Cristo, al tempo stesso umano e divino. Poi Dante Alighieri li collocò all'Inferno, nei panni di guardiani dei violenti verso il prossimo, e i teologi iniziarono a paragonarli agli eretici, come loro dotati di doppia identità (cristiana e pagana). In campo figurativo, l'ambiguità connaturata ai centauri ha suggestionato artisti come Michelangelo Buonarroti, Antonio Canova e Albrecht Durer. Cesare Pavese, nei Dialoghi con Leucò (1947), ha dedicato uno dei suoi racconti a Chirone, che compare anche nel romanzo Il Centauro (1963) dell'americano John Updike. Vasta la schiera di uomini-cavallo che popolano l'universo fantasy: dal centauro inventore di marchingegni tecnologici di Artemis Fowl, di Eoin Colfer, alle creature fiere e leali di Le Cronache di Narnia, saga cinematografica tratta dai romanzi di C.S. Lewis. 

domenica 3 luglio 2011

ARTEMIDE (DIANA)


Vestita in abiti leggeri, inseparabile dal suo arco, sempre accompagnata da uno stuolo di ninfe, Artemide era la dea dei boschi, della caccia, della libertà. Il suo carattere selvaggio la rendeva però estremamente crudele e vendicativa.
Artemide (Diana per i romani) è una delle grandi divinità del pantheon greco. Amante della solitudine e della caccia, trascorre le sue giornate nei boschi, alla ricerca di cervi e altre prede da catturare. Non ha compagni nè mariti. Insensibile all'amore, è la dea vergine per eccellenza, anche se viene invocata per accrescere la fertilità delle donne.

GENEALOGIA DI ARTEMIDE

Figli di ZEUS e della bella LATONA, ARTEMIDE discende per parte di padre da CRONO e REA e per parte di madre da CEO e FEBE, tutti nati dalle nozze tra URANO e GAIA, e quindi fratelli tra loro. Artemide ha anche un fratello gemello, APOLLO, di cui rappresenta il corrispettivo femminile. Come Apollo, infatti, è armata di arco e frecce, con i quali diffonde la morte tra gli uomini e gli animali. Ma i due hanno anche un volto benevolo, che traspare per esempio nella capacità di curare e alleviare le sofferenze dei mortali. Artemide e Apollo compaiono insieme anche in uno stesso mito, quello di Niobe, l'imprudente regina di Tebe che osò vantarsi di essere superiore a Latona, in quanto questa aveva solo due figli, mentre lei ne aveva partoriti ben quattordici. Per vendetta i due fratelli uccisero con le loro frecce dodici figli di Niobe (sei a testa), lasciandone vivi solo due: un maschio e una femmina, proprio quanti ne aveva Latona.

UN PARTO DIFFICILE

Secondo un' antichissima tradizione, Artemide nacque sull'isola di Delo, nelle Cicladi, dove la madre Latona si era rifugiata per sottrarsi all'ira di Era. La moglie di Zeus, infatti, gelosa per il tradimento del marito con la bella figlia di Ceo e Febe, aveva lanciato contro di lei una maledizione: Latona non avrebbe potuto dare alla luce i due gemelli generati con Zeus se non in un luogo mai sfiorato dai raggi solari. Un anatema che costrinse Latona a vagare senza meta da un punto all'altro della terra, in cerca di un luogo dove partorire. Infine Zeus, turbato dai patimenti dell'amante, si rivolse a Poseidone, che fece emergere dal mare un'isola (Delo appunto) e la ricoprì con una volta liquida formata dai flutti marini. Così, in un ambiente mai scaldato dal sole, Latona potè generare Artemide, che nacque dopo nove giorni e nove  notti di travaglio. Appena venuta alla luce, Artemide manifestò la propria potenza aiutando la madre a partorire Apollo (di qui il culto che le veniva tributato come dea dei parti). Poi, quando era poco più di una bimba, implorò il padre di poter restare per sempre vergine. Zeus acconsentì, e Artemide potè così inziare la sua vita selvaggia, interamente dedita alla caccia e allietata solo dalla compagnia di un corteo di ninfe avute in dote dal padre.

IL CARRO D'ORO

Protettrice delle fonti e dell'agricoltura, dei boschi, degli animali selvatici e delle ninfe, Artemide andava a caccia per i monti dell'Arcadia su un sontuoso carro d'oro trainato da quattro cerce bianche.

LE FRECCE ASSASSINE

L'arco e le frecce non servivano ad Artemide solo per abbattere le sue prede. Si riteneva che le usasse anche contro gli uomini, per diffondere mali ed epidemie, causare decessi improvvisi e accelerare la morte delle donne nei parti complicati.


IL SACRIFICIO RIFIUTATO

Artemide sapeva anche essere benevola: come quando impedì il sacrificio di Ifigenia, figlia del re acheo Agamennone, che il sovrano aveva deciso di immolare per placare la dea, offesa da un suo atto sacrilego. Artemide rifiutò il sacrificio e, all'ultimo istante, sostituì con una cerbiatta la fanciulla, che scelse come sua sacerdotessa.

IL BACIO DELLA STREGA

Come Apollo era ritenuto il dio del Sole, così Artemide veniva talora identificata con la Luna. In tale veste era raffigurata come una giovane con una falce di luna tra i capelli, e le veniva attribuito anche un casto innamoramento per il bel Endimione, baciato fugacemente nel sonno. In quanto legata ai cicli lunari, nel medioevo Artemide fu oggetto di culto da parte degli adepti alla stregoneria, che la veneravano come dea degli oppressi.

ATTEONE SBRANATO

Come quasi tutte le dee dell'Olimpo, Artemide era permalosa e molto vendicativa, specie quando in gioco c'erano la sua verginità o quella di coloro che le erano più care. Ebbe modo di accorgersene il gigante Orione, che commise l'errore di tentare di stuprare una delle ninfe della dea (o, secondo altri, la dea stessa), e per questo fu ucciso dalla puntura di uno scorpione che Artemide gli aveva inviato contro. Anche Atteone, figlio del saggio Aristeo, dovette sperimentare l'ira della dea quando, durante una battuta di caccia, la scorse per caso nuda mentre di bagnava in un fiume. Oltraggiata nella sua purezza, Artemide reagì trasformando Atteone in un cervo, e poi aizzandogli contro la sua muta di cani, che lo sbranarono (ma un'altra versione del mito sostiene che la dea non si vendicò immediatamente dell'affronto, ma solo quando seppe che il giovane si era vantato con gli amici di averla vista nuda). Della severità di Artemide fece infine le spese anche Callisto, la più amata tra le sue ninfe, che ebbe il torto di tradire il voto di castità fatto alla dea restando incinta di Zeus. Per la verità Callisto non aveva alcuna colpa, dato che il signore dell'Olimpo, consapevole di quanto la ninfa sdegnasse gli uomini, per possederla aveva assunto le sembianze proprio di Artemide. L'inganno perpetuato da Zeus non stemperò tuttavia l'ira della dea che, trasformata Callisto in un'orsa, la abbattè con il suo arco (anche se, a detta di alcuni, Zeus tramutò Callisto in una costellazione - l'Orsa Maggiore - prima che la vendetta della dea si compisse). Ad Artemide, infine, veniva talora addebitata anche la morte di Adone, il bellissimo giovane scelto come amante dalla dea Afrodite. Secondo questa tradizione, Artemide fece travolgere Adone da un cinghiale per punirlo di essersi dichiarato più abile di lei nella caccia. In tal modo pareggiò i conti con Afrodite, dea dell'amore, che in passato aveva indirettamente causato la morte di Ippolito, lo sfortunato figlio di Teseo colpevole solo di essersi consacrato ad Artemide e non a lei.


UN MODELLO DI EMANCIPAZIONE

Nell'arte umanistica, Artemide continuò ad essere considerata, come presso gli antichi, un simbolo di purezza: Giovanni Boccaccio le dedicò uno dei suoi poemi giovanili, La caccia di Diana, mentre Pierre de Ronsard, nel XVI secolo, costruì attorno al mito di Diana e Atteone una densa simbologia poetica imperniata sui temi di desiderio e castità. In campo pittorico, la figura di Artemide ha attraversato i secoli grazie ai dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio, Jacopo Tintoretto, Jan Vermeer e, più tardi, Arnold Bocklin. Per gli artisti novecenteschi Artemide è stata soprattutto un emblema di libertà femminile, come traspare dai dipinti di Ivo Salinger e dai versi di George Meredith ed Ezra Pound. Il mondo dei fumetti invece ha omaggiato la dea creando due supereroine con il suo stesso nome, l'una a firma della Marvel Comics, l'altra della DC Comics.