sabato 16 giugno 2012

EFESTO (VULCANO)


Secondo Omero era brutto e di pessimo carattere, ma con una forza enorme e un’abilità manuale che rendeva meraviglioso qualsiasi oggetto uscisse dalle sue officine di fabbro. In quanto dio del fuoco, ovvero di uno degli elementi primari del cosmo, Efesto era uno degli dèi più potenti dell’Olimpo, anche se meno popolare di Zeus o Poseidone. Tra le sue conquiste vi erano Afrodite, la più affascinante tra le dee, e Aglaia, una delle tre Grazie: quasi un’allegoria della necessità di fondere bellezza e tecnica per dare vita all’arte.
Identificato con il latino Vulcano, Efesto era noto soprattutto per la sua vendetta ai danni della moglie Afrodite, che punì per le sue infedeltà intrappolandola in una rete invisibile ed esponendola, insieme all’amante Ares, allo scherno degli altri dèi. Ma sul dio del fuoco esistevano molte altre leggende, quasi tutte relative alla sua infanzia: un periodo infelice caratterizzato dal ripudio della madre Era e dal lungo esilio sulla Terra.

GENEALOGIA DI EFESTO

Sulla nascita di Efesto esistono due miti contrapposti. L’uno, di origine omerica, fa discendere il dio del fuoco dalle nozze tra Zeus ed Era, i sovrani dell’Olimpo, che insieme avrebbero generato quattro figli: oltre a Efesto, anche il dio della guerra Ares e le due sorelle Ilizia e Ebe. Secondo una tradizione post-omerica, invece, Era avrebbe dato alla luce Efesto da sola, senza l’aiuto di Zeus, per gelosia nei confronti del marito che, a sua volta, aveva generato Atena senza l’apporto del sesso femminile. Divergenti su tutto, queste due tradizioni concordano nel descrivere Efesto come debole e malaticcio, sorprendentemente fragile per essere il figlio di una coppia come Zeus ed Era. Il suo riscatto sarebbe avvenuto solo in età adulta, quando, conquistato un posto tra gli Olimpi, si sarebbe affermato come il fabbro degli dèi. Risalgono a quest’epoca le più celebri avventure amorose di Efesto, spesso favorite dalla sua abilità nel fabbricare gioielli. E sempre a questo periodo si fa risalire la nascita dei suoi figli, tra i quali lo scultore Ardalo, figlio di Aglaia, l’argonauta Palemone e il brigante Perifete. Quanto a Erittonio, futuro re di Atene, sarebbe nato dalla dea della Terra Gaia, fecondata involontariamente da Efesto mentre tentava, senza successo, di possedere Atena.

UN DIO “FOCOSO”

La maggior parte dei miti su Efesto riguardano l’origine della sua zoppia. Secondo Omero, essa sarebbe stata provocata da uno scatto d’ira di Zeus, furibondo con il figlio perché, durante un litigio tra lui e la moglie Era, aveva preso le difese della madre. Così Zeus, per punire l’intromissione, afferrò Efesto per un piede e lo scagliò giù dall’Olimpo. La caduta del dio durò un giorno intero. Alla fine egli piombò sull’isola di Lemno, dove fu trovato e rianimato dagli abitanti del luogo. Ma rimase per sempre sciancato. Un’altra leggenda sostiene invece che la zoppia di Efesto fosse congenita, e che la madre Era se ne vergognasse al punto da volerla nascondere alle altre divinità. Così la dea gettò Efesto ancora neonato giù dall’Olimpo. Il bimbo cadde nell’Oceano, dove due divinità marine lo salvarono e lo accudirono fino all’adolescenza. Poi Efesto riebbe il suo posto sull’Olimpo, ma non scordò mai il comportamento crudele della madre, di cui si vendicò regalandole un trono magico: non appena Era vi si sedette, comparvero dal nulla decine di catene d’acciaio che la imprigionarono allo schienale. Inutilmente gli altri dèi si sforzarono di liberare la dea. Solo Efesto poté riuscirvi e, per farlo, pretese in cambio da Zeus la mano di Afrodite, la più desiderata ma anche la più capricciosa tra le dee. Ebbe così inizio uno dei matrimoni più infelici dell’Olimpo: Efesto non aveva occhi che per la moglie, ma lei lo tradiva con tutti, e in particolare con Ares, il signore della guerra, che del marito era anche fratello. Finché Efesto non perse la pazienza e, svergognati i due amanti di fronte all’Olimpo, chiese a Zeus di poter divorziare. Non si sa esattamente che cosa gli rispose Zeus, ma è plausibile che la sua richiesta venisse accettata, visto che le fonti mitologiche attribuivano e Efesto molte altre mogli: tra queste, oltre alla bellissima Aglaia, vi fu anche la ninfa siciliana Etna, figlia di Urano e Gaia, nonché l’amatissima nereide Cabiro, con la quale generò due misteriose divinità chiamate Cabiri.


SCETTRI, ELMI, ARMATURE

La tradizione elenca un gran numero di oggetti magici o meravigliosi che sarebbero stati realizzati da Efesto nelle sue officine. Oltre ai monili regalati a Teti ed Eurinome, fanno parte di questo elenco anche lo scettro di Zeus, il bastone di Agamennone, l’elmo di Ermes, le armature di Achille ed Enea, le frecce di Apollo, il carro di Elio. A Efesto viene attribuita inoltre la creazione di Pandora, la prima donna.

IL PATRONO DEI FABBRI

Nella Grecia arcaica, Efesto era ritenuto semplicemente il dio del fuoco, che alimentava con grande abilità nelle sue fucine e proteggeva dai tentativi degli uomini di impadronirsene. Poiché tuttavia con il fuoco era possibile fondere e lavorare i metalli, ecco che la sua figura si caricò presto di altri significati: egli divenne così anche il patrono della metallurgia e dei fabbri, oltre che il protettore degli artigiani e degli scultori, che utilizzavano la fiamma per le loro opere. Ai poteri di Efesto venivano spesso ricondotte le eruzioni dei vulcani, nei cui crateri, secondo alcuni miti, erano collocate le officine del dio. Ed Efesto cominciò ad essere celebrato anche come nume degli inventori, in quanto, come Dedalo sulla Terra, era capace di qualunque prodigio tecnico o costruttivo. Di pari passo al numero dei poteri attribuitigli, crebbe anche la diffusione del suo culto. Da manifestazione circoscritta a poche aree dell’Asia Minore, esso si estese a gran parte della Grecia, coinvolgendo in particolare le città a più forte vocazione artigianale come Atene. Anche sull’isola di Lemno, sede dell’esilio terreno del dio, il culto per Efesto fece molti proseliti. E così in molte altre isole vulcaniche (tra cui Lipari, in Sicilia), che si contendevano l’onore di ospitare nel sottosuolo le fucine del dio. In epoca romana la devozione per Efesto (o meglio, per Vulcano) trovò nuovo slancio. La sua immagine in forma di statua, collocata davanti al focolare, era considerata una presenza benefica capace di preservare la casa dagli spiriti maligni. E anche il numero dei templi in suo onore crebbe, sebbene molti fossero costituiti fuori dalle città per timore dei poteri distruttivi del dio.

L’INVENZIONE DEL FUOCO

Benché fosse il dio del fuoco, Efesto non ne era però considerato l’inventore. Questo merito veniva attribuito infatti a Ermes, il dio messaggero, che secondo l’Inno omerico aveva raccolto in un fosso della legna secca ed era poi riuscito a darle fuoco, diffondendo ovunque calore e luce.

LA FOLGORE DI ZEUS

Tra i molti prodigiosi oggetti di cui si attribuiva la costruzione a Efesto, vi era anche la folgore di Zeus, che altri racconti mitologici sostengono invece fosse stata forgiata dai Ciclopi, desiderosi di sdebitarsi con il signore dell’Olimpo per averli sottratti all’oscura prigionia del Tartaro.


LA FUCINA MAGICA

La fucina di Efesto viene descritta in mille modi e collocata nei luoghi più svariati. Di certo si trovava sotto terra, ma non si sa se nel fondo di qualche vulcano o sotto lo splendido palazzo del dio, indistruttibile e splendente come una stella. Costruita dallo stesso Efesto, conteneva tra le altre cose l’incudine del dio e una serie di mantici che lavoravano spontaneamente al suo comando. Della dotazione della fucina facevano parte anche venti tavolini a rotelle, che si spostavano motu proprio da un punto all’altro dell’officina portando gli attrezzi a chi ne aveva bisogno. Con Efesto lavorava poi una schiera di automi, tutti d’oro, che obbedivano istantaneamente a ogni suo ordine. Il dio, inoltre, poteva avvalersi dell’aiuto dei Ciclopi, suoi aiutanti dai tempi lontani della Titanomachia, instancabili nel lavoro e dotati di un’abilità strabiliante nella fusione e forgiatura dei metalli.

IL DIO E IL BARONE

La presenza di Efesto nell’arte postclassica è legata soprattutto al celebre episodio della trappola con cui egli imprigionò Afrodite e Ares. A questo tema si ispirarono infatti, per i loro poemi, letterati di fama quali Francesco Bracciolini (Lo scherno degli dèi) e Ferrante Pallavicino (La rete di Vulcano), nonché una schiera di pittori tra i quali l’olandese Maarten van Heemskerck. Molto comune anche la raffigurazione della fucina di Efesto, dipinta, tra l’altro, da Andrea Mantegna e Jan Brueghel il Giovane. In tempi più recenti, la figura del dio è comparsa in alcuni libri della saga Percy Jackson e gli dèi dell’Olimpo, dello statunitense Rick Riordan, e nel film di Terry Gilliam Le avventure del barone di Munchausen (1988), dove il protagonista, nel tentativo di salvare una città assediata, sprofonda in una fucina dove lavorano Vulcano e i Ciclopi.

lunedì 11 giugno 2012

POLLUCE


Privo di un’identità individuale distinta da quella del gemello, Polluce differiva tuttavia da Castore per la maggior abilità pugilistica, arte nella quale svettava su chiunque altro, e per la natura immortale. Era un formidabile guerriero, temuto e ammirato in tutta la Grecia, e uno sposo fedele. A lui si attribuivano molte vittorie ai Giochi Olimpici e la fondazione, insieme a Castore, della città di Dioscuria, nella Colchide.
Intrepido e generoso come il gemello, Polluce abusò talvolta della sua forza, come quando, insieme a Castore, rapì le due figlie del principe Leucippo, già promesse in spose a un’altra coppia di eroi. Un ratto, quello delle Leucippidi, che garantì ai Dioscuri una discendenza, ma che segnò anche la fine della loro parabola terrena.

GENEAOLOGIA DI POLLUCE

Nato dalla passione tra una principessa, Leda, e il sommo Zeus, Polluce vantava un albero genealogico più nobile di quello del gemello Castore, che invece aveva origini totalmente umane. Tra i suoi antenati figuravano infatti, tramite il padre Zeus, divinità primordiali come il Titano Crono e sua moglie Rea, oltre naturalmente al potentissimo Urano, fondatore della stirpe divina dei Titani. Per parte di madre, invece, Polluce discendeva (come il gemello Castore) da Testio, grande re dell’Etolia, a cui si attribuiva come genitore nientedimeno che Ares, il dio della guerra: un nonno davvero all’altezza di due combattenti instancabili come i Dioscuri. A differenza di altri semidei, Polluce ebbe una vita sentimentale piuttosto tranquilla. L’unico amore che gli si attribuisce è quello per la moglie Febe, una delle due figlie di Leucippo, sorella di quella Ileira che divenne invece la sposa di Castore. Le due coppie ebbero, a detta di molti autori, anche dei figli, ma le fonti greche non ci tramandano i loro nomi né dettagli sulle loro vite.

INSIEME PER L’ETERNITÀ

Inseparabili sin dall’adolescenza, i Dioscuri compirono insieme molte imprese: sia in vita, quando furono tra gli eroi più celebrati della loro epoca, sia da semidei, quando per esempio trascinarono i Locresi alla vittoria su Crotone nella battaglia della Sagra. Una sola volta, agirono separati: fu quando, durante la spedizione degli Argonauti, giunsero nel paese dei Bebrici, tiranneggiato da un sovrano di nome Amico. Questi, approfittando della sua stazza, sfidava a pugilato gli stranieri entrati nel suo regno e, dopo averli sconfitti, li uccideva. Toccò dunque a Polluce, in virtù delle sue doti di pugile, affrontare il gigante, che si arrese all’eroe e gli giurò di non mancare più di rispetto agli stranieri. A parte questo episodio, i Dioscuri combatterono sempre in coppia, per tutta la vita e anche oltre. Quando Castore morì per mano di Ida, infatti, Polluce chiese a Zeus di seguirne il destino, rinunciando all’immortalità che gli era stata concessa. Così Zeus divinizzò entrambi i gemelli, e da quel momento i Dioscuri si trasformarono in una sorta di coppia-fantasma, avvistata spesso in città durante le guerre e le esercitazioni militari. Addirittura, si raccontava che in un caso i due gemelli avessero visitato in incognito anche la loro casa natale, divenuta di proprietà di un certo Formione. Questi, non riconoscendo i Dioscuri nei due stranieri che gli chiedevano ospitalità, si rifiutò di farli dormire nella loro vecchia stanza, dove ora era alloggiata sua figlia. Ciò provocò l’ira di Castore e Polluce, e la loro immediata vendetta. Il mattino seguente, quando Formione andò a svegliare la figlia, non trovò più traccia di lei né dei suoi beni. Nella stanza erano rimasti solo una statua dei Dioscuri e un rametto profumato appoggiato sul tavolo.

DUE STELLE A DELFI

Nella battaglia navale di Egospotami, il fantasma dei Dioscuri combatté al fianco degli Spartani che, dopo la vittoria sugli Ateniesi, appesero nel tempio di Delfi due stelle votive in onore dei gemelli. Queste stelle sparirono misteriosamente dopo la battaglia di Leuttra, vinta dai Tebani, che segnò la fine dell’egemonia spartana sul Peloponneso.


CACCIA AL CINGHIALE

I Dioscuri fecero parte del manipolo di eroi (tra cui Teseo e Giasone) che partecipò alla caccia del cinghiale calidonio, la mostruosa belva inviata da Artemide contro il regno di Oineo, signore dei Calidoni. Il loro ruolo nell’impresa fu tuttavia marginale. A uccidere l’animale fu infatti Meleagro, figlio dello stesso Oineo, che lo trapassò con il suo giavellotto dopo un lungo inseguimento.

GEMELLI CELESTI

Non tutti i mitografi antichi condividevano l’idea che Castore e Polluce fossero stati divinizzati. Secondo alcuni essi erano stati semplicemente trasformati in astri da Zeus, che in tal modo aveva creato la costellazione dei Gemelli.

L’INGANNO E LA VENDETTA

Durante la seconda guerra messenica, due guerrieri messeni di nome Gonippo e Panormo suscitarono l’indignazione dei Dioscuri travestendosi come loro e provocando una strage tra gli Spartani. Il fatto accadde nel corso di una cerimonia in onore dei divini gemelli: due lancieri entrarono nel campo nemico al galoppo, indossando tuniche bianche, montando candidi cavalli e sfoggiando berretti a forma di guscio d’uovo. Ingannati da quel travestimento, gli Spartani si inginocchiarono per adorarli, e i falsi Dioscuri ne approfittarono per infilzare decine di guerrieri con le loro lance. Dopo questo atto sacrilego, Castore e Polluce, offesi, ostacolarono in ogni modo l’offensiva dei Messeni e, quando il loro comandante Aristomene tentò di assalire nottetempo Sparta, che rischiava di capitolare, intervennero in prima persona sotto forma di fantasmi per rintuzzare l’attacco.

GEMELLI DIFFERENTI

Le coppie di gemelli sono tutt’altro che inconsuete nel mito greco. Oltre ai Dioscuri, che sono forse i più famosi, hanno un posto di rilievo nella mitologia Cleobi e Bitone, devoti di Era e per questo premiati dalla dea con un sonno eterno; e Autolico e Filammone, celebrati l’uno per l’astuzia e l’altro per le sue doti musicali. Anche un altro dei figli di Zeus, Eracle, aveva un fratello gemello, Ificle, nato a una notte di distanza da lui. Figlio di Alcmena e del marito Anfitrione, Ificle, pur meno coraggioso di Eracle, lo affiancò in molte imprese, tra cui la spedizione contro Troia; ma quando l’eroe, per volere di Era, impazzì, Ificle fu vittima della sua follia, poiché Eracle gli uccise due figli. Meno controverso il rapporto tra la Ida e Linceo, i due rivali dei Dioscuri, che però alcuni considerano semplicemente fratelli. Sovrapponibili per valore e complementarietà ai più celebri Castore e Polluce (dei quali erano cugini per parte di padre), ne condivisero anche molte imprese, tra cui la ricerca del Vello d’oro e la caccia del Cinghiale calidonio. Rispetto ai Dioscuri, tuttavia, Linceo e Ida avevano fisionomie più distinte: del primo era nota la vista acutissima, che penetrava persino le pareti, mentre Ida era ritenuto l’uomo più forte mai esistito, tanto che neppure Apollo (a sua volta gemello di Artemide), quando si scontrò con lui per il possesso della bellissima Marpessa, riuscì a soverchiarlo. Nel panorama della mitologia greca, figurano moltissimi altri gemelli celebri, come i Molionidi, uccisi da Eracle, o gli Aloadi, fulminati da Zeus. Il podio della popolarità spetta però certamente a una coppia romana, Romolo e Remo, i fondatori dell’Urbe: due gemelli su cui sono sorte decine di leggende e che, a seconda dei casi, sono considerati figli di Marte e della vestale Rea Silvia, di Enea e Dessitea oppure di Latino e Roma, un’eroina troiana da cui l’Urbe avrebbe preso il nome.


DIOSCURI CONTEMPORANEI

Nell’arte moderna, la figura dei Dioscuri ricorre forse più spesso che non nei secoli precedenti. Sono i musicisti del XVIII secolo, in particolare, a rilanciare il mito dei gemelli spartani, attraverso opere e lieder firmati tra gli altri, da Johann Adolph Hasse, Jean-Philippe Rameau e, più tardi, Franz Schubert. In campo letterario, i due gemelli sono ricordati nella Medea di Pierre Corneille e nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, oltre che in liriche di Friedrich Holderlin e Hans Gstettner. Al mito di Castore e Polluce hanno dedicato alcuni loro dipinti due grandi interpreti dell’arte novecentesca come Carlo Carrà e Giorgio De Chirico, mentre il regista John Woo, nel suo film Face/Off (1997), ha voluto che i due criminali protagonisti della vicenda si chiamassero Castor Troy e Pollux Troy, ironico omaggio ai mitologici gemelli e alla cultura classica in genere.

sabato 9 giugno 2012

CASTORE



È uno dei due Dioscuri, gli inseparabili gemelli che, a Sparta, erano adorati come invincibili guerrieri ed emblemi della vocazione bellica della città. Quasi sempre raffigurati in coppia, erano praticamente indistinguibili nell’aspetto, salvo che per le cicatrici che, secondo alcuni, solcavano il volto di Polluce. Diversi invece i talenti militari dei due: mentre Polluce si segnalava soprattutto per le sue doti di pugile, Castore era un formidabile cavaliere, in grado di domare qualunque purosangue.
Per quanto fossero entrambi adorati come “figli di Zeus” (questo il significato greco del loro nome), i Dioscuri avevano in realtà nature differenti: divina Polluce e umana Castore. A differenza del gemello, Castore era quindi soggetto all’invecchiamento e alla morte: un limite però che non pareva condizionarlo in battaglia, dove, spesso si mostrava più temerario di Polluce.

GENEALOGIA DI CASTORE

La mortalità di Castore era frutto degli strani intrecci amorosi che, secondo il mito, avevano legato Zeus, la regina di Sparta Leda e il marito di quest’ultima Tindaro. Tutto era iniziato, come sempre, dagli insaziabili appetiti erotici del re dell’Olimpo che, avendo visto la bella Leda, se n’era incapricciato e si era congiunto a lei in forma di cigno. Quella stessa notte, però, anche Tindaro aveva voluto giacere con la moglie, e da quel doppio legame erano nate due uova: in una c’erano Castore e Clitemnestra, figli di Tindaro e, quindi, mortali; nell’altra Polluce ed Elena, figli di Zeus e, di conseguenza, divini. Secondo un’altra versione del mito, l’uovo espulso da Leda sarebbe stato uno solo, e avrebbe contenuto Polluce ed Elena; la nascita di Castore e Clitemnestra sarebbe invece avvenuta in modo del tutto naturale. Una terza versione della leggenda sostiene infine che Leda avrebbe soltanto trovato l’uovo con Castore ed Elena, nato dagli amori tra Zeus e la divina Nemesi; oppure che l’avrebbe ricevuto da un pastore, dopo che questi l’aveva scoperto in un bosco; o, ancora, che le sarebbe stato posto in grembo da Ermes, con il compito di conservarlo fino alla schiusa. In tutti questi casi, Leda sarebbe dunque la madre naturale del solo Castore, mentre Polluce sarebbe a tutti gli effetti un figlio adottivo.

STORIE PARALLELE

Castore e Polluce sono gli eroi dorici per eccellenza, legati quindi a quel nucleo di città greche (tra cui Sparta) che, nella potenza di Atene, vedevano un ostacolo alla loro ascesa. Non stupisce quindi che, nel più celebre tra i miti ad essi dedicati, i due gemelli si trovino a dover competere con Teseo, l’eroe attico. Accadde quando questi, invaghitosi di Elena, sorella dei Dioscuri, la rapì e la portò con sé ad Atene facendone la sua amante. L’offesa non passò inosservata a Sparta, che affidò ai suoi due guerrieri più celebri il compito di vendicare l’onta. I due Dioscuri raccolsero perciò attorno a sé un grande esercito e, alla sua guida, devastarono l’Attica, momentaneamente lasciata senza difese da Teseo (sceso agli Inferi con l’amico Piritoo). Poi liberarono Elena dalla fortezza in cui era stata rinchiusa e, per rendere più compiuta la vendetta, fecero prigioniera la madre di Teseo, che condussero a Sparta come ostaggio. Dopo questa impresa, i Dioscuri si aggregarono alla spedizione degli Argonauti, dove il loro valore risaltò soprattutto nella sosta presso i Bebrici, un popolo della Bitinia. I due gemelli, inoltre, aiutarono Giasone a saccheggiare Iolco, la sua città natale, su cui regnava illecitamente Acasto, figlio di Pelia. I Dioscuri, invece, malgrado il legame di sangue con Elena, non figurano tra i protagonisti della guerra di Troia, in quanto all’epoca erano già stati divinizzati. Tale divinizzazione fu la conseguenza della morte di Castore, ucciso in combattimento, e del rifiuto di Polluce, il gemello immortale, di sopravvivergli. Allora Zeus, colpito dall’affetto tra i due Dioscuri, decise di non separarli neppure da morti, ed elevò entrambi in cielo. Stabilì però che Castore e Polluce condividessero, oltre al destino degli dèi, anche quello degli uomini, trascorrendo insieme un giorno all’Olimpo e uno agli Inferi, tra i defunti.


IL TEMPIO E L’UOVO

La prima città a tributare onori divini ai Dioscuri fu Sparta, che li scelse come suoi patroni ed eresse un tempio in memoria delle loro due spose, Ileira e Febe, dette le Leucippidi: dal soffitto di questo edificio, costruito presso la casa natale dei due gemelli, pendeva un guscio avvolto in fasce, probabilmente una reliquia identificabile con l’uovo partorito da Leda. A Sparta, l’intera vita pubblica era regolata dal culto per i Dioscuri: i due gemelli, secondo il mito, presiedevano alle manifestazioni pubbliche, vigilavano sulle cerimonie, proteggevano i giovani combattenti, sovraintendevano alle esercitazioni militari. La loro effigie simbolica, rappresentata da due pali di legno uniti da due traverse, accompagnava sempre i condottieri in battaglia. E la stessa struttura politica della polis retta da una diarchia di sovrani, appariva come un omaggio alla duplicità dei Dioscuri. Da Sparta, il culto per Castore e Polluce si irradiò in tutta la Grecia, contagiando l’Attica e persino le colonie dell’Italia meridionale. Questa espansione fu favorita dalla convinzione, presente già in epoche remote, che Castore e Polluce proteggessero i naviganti, grazie al potere concesso loro da Poseidone di comandare le onde e i venti. A questi attributi salvifici, certo apprezzati da un popolo di marinai, se ne assommavano poi altri: i Dioscuri, infatti, erano considerati gli inventori delle danze guerresche, i numi tutelari delle manifestazioni sportive, i protettori dei poeti. Erano ritenuti anche i patroni dei cavalieri, e tale credenza contagiò il mondo romano, dove gli equites, i membri della cavalleria, svolgevano ogni ano, il 15 luglio, una solenne processione in onore dei Dioscuri.

I CAVALLI DI POSEIDONE

Nel mondo greco, i Dioscuri venivano in genere raffigurati come due giovani atletici e seminudi, armati di lance e accompagnati da cavalli bianchi ottenuti in dono da Era e Poseidone. Sul capo, solitamente scoperto, portavano talvolta un insolito elmo a forma di guscio sormontato da una stella.

LA BATTAGLIA SUL LAGO

Nel mondo romano, il culto dei Dioscuri (conosciuto come Castori) aveva radici antichissime. Di certo doveva essere già diffuso all’epoca della battaglia sul lago Regillo, quando l’esercito romano, sul punto di cedere all’offensiva dei Latini, fu salvato, secondo il mito, proprio dall’intervento di Castore e Polluce. I due gemelli, invocati dal dittatore Aulo Postumio Albino, che in cambio promise di consacrare loro un tempio, si materializzarono all’improvviso alla testa della cavalleria romana, trascinandola al contrattacco. Poi, a vittoria ottenuta, scomparvero. Li incontrarono di lì a poco alcuni cittadini dell’Urbe, a cui i due gemelli, mentre abbeveravano i cavalli presso la fonte Diuturna, annunciarono il successo in battaglia. Dopo questo trionfo, Aulo Postumio Albino tenne fede al suo voto, e consacrò ai Dioscuri un grande tempio proprio nel cuore dell’Urbe, in pieno Foro Romano, a pochi passi dalla fontana dove i due gemelli si erano mostrati per l’ultima volta ai cittadini romani.


INSEPARABILI DALLA NASCITA

La presenza dei Dioscuri nell’arte postclassica è sporadica e spesso marginale. In epoca medievale, la storia della loro nascita occupa per esempio le pagine iniziali della Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne e alcuni versi della Teseida di Giovanni Boccaccio. Più centrale il ruolo dei Tindaridi (questo l’altro nome dei Dioscuri) nell’omonima tragedia di Antoine Danchet, che attraverso il loro mito affronta il tema dell’amore fraterno. In campo pittorico, a parte casi isolati come un affresco seicentesco di Pietro da Cortona, i Dioscuri sono sempre raffigurati in coppia e nel ruolo di comprimari. Si sottraggono a questa regola un celebre olio su tela di Pieter Paul Rubens dedicato al ratto delle Leucippidi (le due sorelle poi sposate dai Dioscuri) e la vasta schiera di dipinti che raffigurano la loro nascita e il mito di Leda.

domenica 27 maggio 2012

NIKE



Nella mitologia greca e latina, la Vittoria era personificata da una dea alata che si diceva discendesse dalla stirpe violenta dei Titani, ma che, durante la guerra tra questi ultimi e gli Olimpi, si schierò a fianco di Zeus, propiziandone la vittoria. Una figura, quella di Nike, al tempo stesso simbolica e concreta, spesso assimilata a quella di Atena e venerata, sia pure in forme diverse, in tutto il mondo antico.
Di Nike esistono, nel mondo classico, decine di statue. Pochi, invece, i miti che la vedono protagonista, forse perché, incarnando un concetto astratto, poco si prestava a essere raccontata. Fa eccezione la “Titanomachia”, dove Nike viene condotta dalla madre alla corte di Zeus, che la pone alla guida del suo carro divino e la vuole accanto a sé nella lotta contro i Titani.

GENEALOGIA DI NIKE

Nell’albero genealogico di Nike si possono individuare legami con tutti i più grandi dèi della generazione precedente agli Olimpi. Suo padre, infatti, è Pallante, titano violento e dal tragico destino, che, attraverso i genitori Crio ed Euribia, si ricollegava a potenti dèi primordiali come Gaia, Urano e Ponto. La madre di Nike, Stige, personificazione del fiume infernale, era invece, secondo la Teogonia di Esiodo, una delle otto figlie di Oceano e Teti, oltre che una delle tantissime amanti dell’impetuoso Zeus, con il quale aveva generato la regina degli inferi Persefone (di qui il legame tra la Vittoria e la Morte). A Nike, infine, erano attribuiti tre fratelli, nati anch’essi dalla relazione tra Pallante e Stige. Si chiamavano Crato, Bia e Zelo e, nell’antico pantheon greco, impersonavano rispettivamente la Forza, la Violenza e l’Impegno congiunto all’Emulazione.


COMPAGNA DI ATENA

Venerata sia nel mondo greco che a Roma, Nike, nell’antichità, veniva associata ad Atena, della quale, secondo alcuni miti minori, da bambina era stata compagna di giochi. Frequente era la statua della dea della saggezza che, sul palmo della mano, reggeva la piccola Nike (a testimoniare il legame inscindibile tra vittoria e sapienza strategica). E altrettanto consueta, soprattutto ad Atene, era l’identificazione tra le due dee, ritenute entrambe protettrici della città e talora associate persino nel culto (sull’Acropoli esisteva un tempietto dedicato ad Atena Nike). In quanto divinità autonoma, la dea della vittoria venne invece valorizzata soprattutto in epoca imperiale, quando la sua figura alata, simbolo dei fasti militari di Roma, fu in qualche modo personalizzata e associata alla figura dei singoli condottieri. Si determinò così un netto stacco tra il mondo romano e quello greco, dove Nike era sempre stata ritenuta una divinità minore, legata agli eventi sportivi e, in particolare, alle Olimpiadi. Solo nella tarda classicità , Nike cominciò a essere associata alle vittorie militari, seppure in simbiosi con altre divinità (Atena, come si è detto, oppure Zeus). E bisognò attendere addirittura l’età alessandrina perché, in alcune località dell’Asia Minore, sotto l’influenza greca (per esempio Afrodisia), si assistesse all’emancipazione della figura di Nike, ora adorata come una divinità a sé stante protettrice dei combattenti. Resta il fatto che, a dispetto del suo ruolo minore, Nike fu una divinità enormemente popolare, come documentano il gran numero di opere d’arte greche che le rendono omaggio e il ricorrere della sua immagine sulle antiche monete elleniche.

L’ALTARE DELLA VITTORIA

A Roma, nell’antica sede del Senato (la cosiddetta Curia Iulia), era conservata una grande statua della Vittoria Alata, posta a sorveglianza dell’ara dinanzi alla quale, in età repubblicana, giuravano i nuovi senatori. La statua, ricoperta d’oro e con la testa cinta d’alloro, era stata trafugata dall’esercito romano durante la campagna militare contro Taranto e divenne presto l’emblema della crescente potenza dell’Urbe. L’effigie della dea restò nella Curia Iulia fino all’epoca dell’imperatore Teodosio I quando, a seguito delle feroci polemiche tra sostenitori  della religione pagana e cristiani (che vedevano nella dea alata un simbolo empio), la statua fu rimossa dal Senato e l’altare su cui vigilava venne distrutto.

CREATURE ALATE

Nike è la più raffigurata, ma non certo l’unica, tra le creature alate del mito greco. Oltre a lei, il dono del volo era attribuito anche a Ermes ed Eros, nonché a divinità come Ipnos e Thanatos, il Sonno e la Morte, fratelli di sangue che, come la Vittoria, rappresentavano  personificazioni di concetti astratti. Figli di Erebo e della Notte, quindi legati al regno delle tenebre, Ipnos e Thanatos ricordavano Nike per la giovane età e per la costante presenza sullo scenario umano. A differenza di quest’ultima, però, non erano oggetto di culto da parte dei Greci, che solo a Trezene officiavano riti in onore del Sonno. Di tutt’altro spessore la figura delle Erinni, o Furie, le dee greche della vendetta. Raffigurate come un incrocio tra Nike e la Medusa, con corpo femminile, grandi ali e capelli serpentiformi, si diceva fossero nate dall’impasto tra la terra e le gocce di sangue versate da Urano a seguito della sua evirazione. Il loro ruolo di vendicatrici implacabili le rendeva figure assai temute nel pantheon greco, tanto che si diceva che potessero perseguitare gli autori dei crimini non solo in vita ma anche dopo la morte. Al fianco di queste divinità dall’aspetto ancora parzialmente umano, la mitologia greca proponeva poi una serie di mostri alati dai poteri talora benefici, più spesso minacciosi. Appartenevano a questa categoria le Arpie, spaventose rapitrici di bambini che, nell’iconografia classica, erano raffigurate come uccelli con busto femminile e possenti artigli da rapace. Oppure le Gorgoni (tra cui la crudele Medusa), anch’esse dotate di ali d’oro che le rendevano ancora più temibili e implacabili negli assalti. Per non parlare della Sfinge o di un mostro benefico come Pegaso, il cavallo alato la cui capacità di volare permise a Perseo e Bellerofonte di portare a termine le loro incredibili imprese.

PROTETTRICE DEGLI EVENTI SPORTIVI

Emblema tra i più significativi della civiltà classica e della religione pagana, la figura alata di Nike fu avversata con forza dai primi cristiani, che tuttavia, come per altri simboli antichi, si sforzarono di riassorbirne l’iconografia nella propria tradizione artistica. Anche il potere politico non rinunciò all’ “appeal” di Nike, come testimonia il perdurare, fino alle soglie della modernità, di raffigurazioni della dea alata poste a suggello di trionfi pittorici dedicati ai vari imperatori. In epoche più recenti, Nike è parsa recuperare il suo ruolo originario di divinità protettrice degli eventi sportivi: così negli anni venti, l’orefice Abel Lafleur, dovendo la prima Coppa del Mondo di calcio (detta Coppa Jules Rimet), scelse di dare al piede di sostegno del trofeo l’aspetto della dea della vittoria. E, fin dai Giochi Olimpici del 1928, è invalsa l’abitudine di scolpire, sul diritto delle medaglie destinate ai vincitori, l’immagine di Nike sullo sfondo di un anfiteatro greco.

domenica 13 maggio 2012

CARONTE



Varcate le soglie dell’Aldilà, secondo la mitologia greca i defunti incontravano il terribile Caronte, un vecchio laido che, sulla sua zattera, traghettava le anime al di là dell’Acheronte, il fiume infernale. Un intermediario tra il mondo terreno e l’Oltretomba dai modi tirannici e dall’aspetto spaventoso, un demone infernale in cui si rispecchiava tutto l’orrore del mondo greco nei confronti della morte.
Figura minore della mitologia greca, Caronte è stato reso immortale da Virgilio e Dante, che nei loro poemi più celebri, l’Eneide e la Divina Commedia, ne hanno tracciato un ritratto indimenticabile: un immondo traghettatore di anime che vessa e atterrisce i defunti con le sue ingiurie, preparandoli alla triste vita nell’oltretomba.

GENEALOGIA DI CARONTE

L’albero genealogico di Caronte è scarno quanto sporadiche sono le notizie che lo riguardano. Di lui i mitografi antichi si limitano a dirci che era figlio di Erebo, il dio delle tenebre, generato all’origine dei tempi da Caos, vuoto abisso dal quale ogni cosa discende. Caos era anche il padre di Notte, sorella di Erebo, che secondo alcuni autori (soprattutto di epoca latina) sarebbe stata la madre di Caronte. Se questa ricostruzione fosse vera, allora Caronte avrebbe avuto anche diversi fratelli, tutti nati dalla relazione tra Notte ed Erebo: tra di essi Emera, incarnazione del Giorno, ed Etere, personificazione del Cielo superiore (dove la luce è più pura rispetto al Cielo vicino alla Terra). Nessun testo antico prospetta invece la possibilità  che Caronte possa essersi sposato o avere avuto figli, cosa del resto assai improbabile visto il suo triste mestiere di nocchiero infernale.

LA ZATTERA DEI MORTI

Nel loro viaggio verso l’Aldilà, i defunti erano accompagnati dal dio Ermes fino sulle rive dell’Acheronte, dove, a bordo della sua zattera formata da pezzi di corteccia d’albero cuciti insieme, li attendeva il feroce Caronte. Il nocchiero infernale era descritto dai Greci come un vecchio sudicio e dalla barba incolta, vestito con un mantello a brandelli e, talvolta, con un cappello rotondo. Egli accoglieva le anime dei defunti con modi bruschi, deridendole, insultandole e spesso malmenandole. Poi le caricava sulla sua zattera e le conduceva sull’altra sponda del fiume, dove si trovava l’ingresso dell’Oltretomba. Per il suo compito di nocchiero, Caronte pretendeva un tributo, una piccola moneta d’argento che, nell’antica Grecia, era consuetudine porre sotto la lingua dei cadaveri prima di seppellirli. Solo chi aveva ricevuto onori funebri, e quindi portava con sé l’obolo di Caronte, poteva imbarcarsi sulla sua barca: gli altri erano condannati a vagare in eterno e senza pace lungo le nebbiose rive dell’Acheronte. Oltre che come traghettatore d’anime, Caronte era conosciuto anche come sentinella degli Inferi, incaricato da Ade di impedire ad ogni costo ai viventi l’accesso al mondo ultraterreno. Non sempre, tuttavia, la sua vigilanza era così ferrea come ci si sarebbe potuti aspettare: per esempio, quando Eracle scese agli Inferi per catturare Cerbero, Caronte non riuscì a bloccarlo, e per questo fu punito da Ade con un anno di carcere. Anche il troiano Enea riuscì a eludere la guardia di Caronte, grazie all’aiuto della Sibilla Cumana (sacerdotessa di Apollo) che, mostrando al vecchio un ramoscello d’oro, riuscì a placarne la rabbia come per magia. Infine Caronte fu beffato anche da Orfeo, il musico tracio, che con la sua cetra lo incantò  al punto da convincerlo a fargli posto sulla sua zattera.


LE GUIDE INFERNALI

La figura dello psicopompo, ovvero di colui che, come Caronte, accompagna le anime dei defunti verso l’Aldilà, non è una prerogativa della cultura greca. La si ritrova praticamente in tutte le religioni antiche, anche se quasi in quella ellenica il ruolo è sdoppiato tra due diversi personaggi: da un lato, appunto, Caronte, che agisce in una sorta di terra di mezzo, già immersa nelle tenebre infernali ma ancora periferica rispetto all’Oltretomba vero e proprio; dall’altro il dio Ermes, che fa la spola tra la Terra e gli Inferi per recuperare le anime dei morti e condurle, attraverso uno dei numerosi accessi all’Averno, fino all’imbarco di Caronte. Presso gli Aztechi, il lavoro di psicopompo si concentrava invece nelle mani del solo Xolotr, dio dall’aspetto di scheletro che, oltre a dominare la potenza dei lampi, guidava anche i morti nel loro ultimo viaggio. Gli Egiziani avevano Anubi, dio dal corpo umano e con la testa di sciacallo, e i Persiani Mitra, divinità dalle molteplici prerogative tra cui, appunto, quella di psicopompo. Se presso gli Etruschi l’accompagnatore dei defunti aveva il volto di Charun, un demone con naso d’avvoltoio e orecchie appuntite, nel mondo celtico la medesima funzione era svolta da Ankou, scheletrico cocchiere con una falce in mano. Nella cultura orientale, infine, la figura dello psicopompo variava a seconda dei luoghi: in Giappone, per esempio, a condurre i morti nell’Aldilà erano gli shinigami, “mietitori di anime” cui toccava anche il compito di impedire la fuga degli spiriti più recalcitranti; in India, invece, lo psicopompo era Pusham, temuta divinità solare che, in quanto protettrice dei viandanti, vigilava anche sull’ultimo tragitto dell’uomo.

IL ROTOLO DEL DESTINO

L’orribile Charun, equivalente etrusco della figura di Caronte, conduceva i defunti nell’Oltretomba a piedi, a cavallo o su carro. Con lui viaggiava spesso Vanth, dea alata degli Inferi, che nella mano teneva stretto il rotolo del destino.

L’ARMATA DEI MORTI

Nella mitologia nordica, il ruolo di psicopompo è affidato a Odino, dio guerriero che raduna presso di sé gli eroi caduti in battaglia e poi sceglie i migliori per arruolarli nel suo grande esercito.

LA LUNA SULLA MANO

Protettore degli imbalsamatori e delle necropoli, il dio Anubi aveva il compito di accompagnare l’anima dei defunti di fronte al tribunale supremo degli dèi, illuminando il loro cammino nell’Oltretomba con la luna che teneva sempre nel palmo della mano.


L’ARCANGELO MICHELE

L’idea dello psicopompo, di origine antichissima, è stata in qualche misura rielaborata dalla cultura cristiana attraverso la figura dell’arcangelo Michele, il comandante delle truppe celesti che sconfissero Lucifero. Venerato già in epoca longobarda come protettore dei defunti, l’arcangelo Michele cominciò poi a essere considerato il tutore del passaggio delle anime nell’Aldilà, oltre che il garante del rispetto del giudizio divino. Non a caso, nelle miniature e nei rilievi medievali, è spesso raffigurato con una bilancia in mano o mentre lotta contro il diavolo per il possesso delle anime: una chiara testimonianza del ruolo-chiave attribuito all’arcangelo nel compiersi della giustizia divina.

MEDIATORE TRA MONDI LONTANI

Se è stato Virgilio, nell’Eneide, a definire per primo i tratti somatici e psicologici di Caronte, non c’è dubbio che l’immagine postclassica del nocchiero infernale dipenda in larga misura dalla descrizione dantesca nel terzo canto dell’Inferno. Dopo Dante, si sono misurati con il mito di Caronte Erasmo da Rotterdam e Giovanni Pontano, autori di dialoghi che, sulla scia del greco Luciano di Samosata, mettono a confronto l’orrendo nocchiero con personaggi antichi e moderni. In tempi più recenti, hanno evocato la figura di Caronte poeti come Wolfgang Goethe, Salvatore Quasimodo e Silvia Plath, nonché lo psicanalista Karl Jung, che nel demone greco ha individuato una sorta di mediatore tra conscio e inconscio. In campo pittorico, Caronte, pur poco raffigurato, compare in dipinti tra gli altri di Luca Signorelli, Luca Giordano e Joachim Patener, mentre la musica ha omaggiato il feroce nocchiero con arie di George Friedrich Handel e Franz Schubert.

lunedì 7 maggio 2012

PAN (FAUNO)



Il suo nome, in greco, significa “tutto”, ed è forse per questa ragione che Pan, pur non facendo parte degli dèi dell’Olimpo, era spesso visto dai filosofi come una sorta di divinità universale, un demone primordiale che presiedeva a ogni manifestazione della natura. Nella coscienza collettiva greca, tuttavia, Pan era conosciuto come dio dei campi e delle greggi, un esuberante uomo-capro che vagava per i boschi suonando, danzando e tendendo agguati amorosi alle ninfe.
Divinità legata alla terra e alla fertilità dei campi, Pan appare, nei miti greci, come una figura ambivalente. Bonario e generoso verso i pastori, può però rivelarsi molto pericoloso, trasformandosi in un irrequieto demone delle foreste che terrorizza ninfe e viandanti suscitando in loro il cosiddetto “timor panico”.

GENEALOGIA DI PAN

Le origini del dio Pan sono tutt’altro che chiare. Sull’identità dei suoi genitori, infatti, esistono decine di ipotesi, spesso discordanti tra di loro. La più curiosa, elaborata dallo scrittore Luciano di Samosata, individua la madre del dio in Penelope, moglie di Ulisse: la regina di Itaca avrebbe tradito il marito durante la sua lunga assenza da Itaca, accoppiandosi con il dio Ermes in forma di capro e generando con lui il mostruoso Pan. Una variante dello stesso mito sostiene invece che Penelope si sia concessa a turno a tutti i Proci, e che da questa unione multipla sia nato il dio dei boschi. Secondo un’altra genealogia, Pan sarebbe invece frutto degli amori tra Ermes e la ninfa Driope, la quale, una volta partorito il dio, per disgusto del suo aspetto lo abbandonò in un bosco. Allora Ermes, premuroso, lo condusse con sé sull’Olimpo, dove Zeus e gli altri dèi lo presero subito a ben volere, ribattezzandolo Pan perché la sua nascita rallegrava i cuori di “tutti”. Altre filiazioni di Pan lo fanno discendere da Zeus e Ibris, personificazione dell’insolenza, oppure da Zeus e la ninfa Callisto. C’è chi identifica i genitori di Pan in Crono e Rea, padre e madre di Zeus, oppure in Urano e Gaia, divinità della prima generazione. Infine un mito romano attribuisce la paternità del dio a un pastore italico di nome Crati, che l’avrebbe generato fecondando una capra.

SOLITARIO E PIGRO

Originario dell’Arcadia, nel cuore del Peloponneso, Pan era adorato non solo in Grecia ma in tutto il Mediterraneo, come dimostra la sua identificazione a Roma con il latino Fauno. Dio dei boschi e del bestiame, dei pastori e dei cacciatori, era descritto dagli antichi come un ibrido tra uomo e capra, con il volto grinzoso e barbuto, due corna sulla testa, il petto villoso e le zampe da caprone. Agilissimo e molto veloce, trascorreva gran parte del suo tempo a zonzo per i boschi, portando le greggi al pascolo, allevando api e aiutando i cacciatori a snidare le prede. Era ritenuto anche l’inventore della siringa, il flauto a più canne dei pastori, con il quale guidava le danze delle ninfe e produceva melodie meravigliose. Solitario e pigro, amava riposarsi tra i cespugli o al riparo delle grotte, dove nelle ore più calde della giornata sonnecchiava a lungo. Era allora pericoloso svegliarlo, poiché reagiva lanciando urla acutissime, le stesse con le quali aveva messo in fuga il gigante Tifone mentre tentava di eliminare Zeus. La voracità sessuale di Pan era leggendaria: amava con uguale trasporto uomini, donne e ninfe, che coglieva di sorpresa nei boschi e possedeva con le buone o con le cattive. Aveva anche fama, quando la caccia amorosa non aveva dato frutti, di cercare da solo il proprio piacere. Le leggende che lo riguardano sono poche, e tutte di epoca tarda. La maggior parte si incentrano sui suoi amore con le ninfe (da una di esse, Eco, ebbe due figli, Iungo e Iambe) e sull’inganno perpetrato ai danni di Selene: la dea della Luna aveva più volte respinto i suoi approcci, ma Pan riuscì ugualmente a possederla presentandosi a lei coperto da un vello bianco, così da celare il proprio aspetto caprino.


L’AMORE PER SIRINGA

Una delle ninfe più amate da Pan fu la bella Siringa, che egli inseguì invano dal monte Liceo fino al fiume Ladone. Qui ella, pur di sfuggire agli assalti del dio, si trasformò in giunco, e poiché Pan non riusciva a distinguerlo dagli altri che crescevano in riva al fiume, tagliò alcuni fusti a caso e con essi fabbricò la siringa, uno zufolo a più canne che da allora volle sempre con sé.

SFRUTTATO E DISPREZZATO

Gli dèi dell’Olimpo, pur disprezzando Pan per la sua bruttezza e per i modi incivili, non esitarono ad approfittarne dei suoi doni. Così Apollo apprese da lui l’arte della profezia ed Ermes copiò lo zufolo che Pan aveva creato, spacciandolo poi per una sua invenzione.

DUELLO DI NOTE

Come il satiro Marsia, anche Pan osò sfidare Apollo, dio della lira, in una gara musicale. I due suonarono al cospetto di una giuria che, all’unanimità, assegnò la vittoria ad Apollo. Solo Mida, re di Frigia, contestò il verdetto, e per questo Apollo lo punì facendogli crescere due orecchie d’asino.

LA MORTE ANNUNCIATA

Secondo lo storico Plutarco, Pan fu l’unico dio dell’antica Grecia a morire. La notizia della sua scomparsa sarebbe stata data a un mercante di nome Tamo che, mentre navigava in direzione dell’Italia, sentì una voce divina ordinargli dal mare di annunciare a tutti la morte del grande Pan. Il mercante obbedì all’ordine, e per l’intera Grecia si diffusero dolore e incredulità.

CREATURE DEI BOSCHI

Simili a Pan per aspetto e abitudini, ma privi di una identità individuale, i Satiri erano i mitici componenti della corte di Dioniso, esseri semiselvaggi che scorrazzavano per i boschi insidiando ninfe e Menadi e intimorendo tutti coloro che incontravano. In genere raffigurati come esseri umani dagli attributi animaleschi (le orecchie appuntite da equino, le piccole corna, la coda da cavallo o da capro, il fallo eretto), impersonavano la fecondità e l’energia vitale della natura, celebrata dai riti dionisiaci. Amanti del vino e dei piaceri orgiastici, i Satiri non perdevano l’occasione di ubriacarsi e avevano, come Pan, una vera passione per la musica: sapevano suonare quasi tutti gli strumenti e amavano rallegrare Dioniso con i loro allegri concerti, accompagnati da sfrenate danze collettive. Difficilmente distinguibili dai Satiri, dei quali forse erano semplicemente più vecchi, i Sileni erano anch’essi creature del bosco, nati dagli amori di Ermes con le ninfe dei boschi o, forse, con le Naiadi. Associati da sempre al corteo di Dioniso, erano come i Satiri di natura divina ma non immortale, e si rendevano spesso protagonisti di risse e aggressioni nei confronti di ninfe e dee (tra cui Era e Iride). Uno di essi, Sileno, assunse nella mitologia greca un risalto particolare, tanto da venire indicato come l’educatore del piccolo Dioniso. La transizione dalla mitologia ellenistica a quella latina complicò ancor di più il quadro delle creature silvestri, in quanto a Satiri e Sileni si affiancarono (e in parte sovrapposero) anche i Fauni, senza una chiara distinzione tra le tre classi. Oltretutto Fauno era anche un antichissimo dio romano, successivamente identificato con il greco Pan, e talvolta fatto coincidere con Evandro, re di epoca preromana. Per non parlare di Silvano, il dio delle foreste, in cui confluivano parte dei poteri attribuiti dai Greci a Pan.


ALLA RICERCA DEL DIO DISPERSO

Dopo la fine di Roma, la figura del dio Pan andò sempre più confondendosi con quella di satiri e fauni. Tuttavia la sua individualità non fu del tutto cancellata, se pittori come Luca Signorelli, Nicolas Poussin e Jacob Jordaen vollero dedicargli propri dipinti. In campo letterario, Pan compare nel poema Arcadia di Jacopo Sannazaro e in molte liriche bucoliche dei membri dell’Accademia dell’Arcadia, un circolo di eruditi che scelse la siringa del dio come proprio emblema. Tra il XIX e il XX secolo, l’irlandese Joseph Stephens fece di Pan uno dei protagonisti del romanzo fiabesco La pentola dell’oro, mentre lo scrittore Arthur Machen (Il grande dio Pan) lo trasformò in una sorta di demone progenitore dell’intera umanità. Di Pan tratta, indirettamente, il film Percy Jackson e gli dèi dell’Olimpo, di Chris Columbus, dove il satiro Grover Underwood ambisce a ritrovare le tracce del disperso uomo-capro. Più centrale la figura di Pan nel pensiero di James Hillman, psicanalista di scuola junghiana che vede nel dio l’inventore della sessualità non procreativa.

martedì 24 aprile 2012

ORFEO


La parola, il canto, la musica: queste le armi con cui il poeta tracio Orfeo, il meno muscolare tra gli eroi greci, incantava e soggiogava i suoi nemici e la stessa natura. Un’arte, quella di Orfeo, che sapeva svelare il mistero celato oltre la superficie delle cose, e che ha originato una vera e propria religione a lui ispirata, il cosiddetto Orfismo. Una voce così nitida e potente da risuonare con forza persino nelle profondità dell’Oltretomba, dove Orfeo si era avventurato per amore…
Nato in Tracia, terra di confine tra la Grecia e l’oriente, Orfeo fondeva in sé le qualità  dello sciamano, del filosofo e del sacerdote. La sua arte, esoterica e insieme razionale, sapeva cogliere per via intuitiva i segreti più intimi della natura, ma al tempo stesso dare ordine al caos attraverso la ragione. Una bivalenza, quella di Orfeo, da cui nasceva il tono inconfondibile della sua voce, così ispirata da assumere la forza di una profezia.

GENEALOGIA DI ORFEO

Tutti gli autori antichi concordano nel ritenere Orfeo figlio di Eagro, re della Tracia. Quest’ultimo aveva ereditato il trono dal padre Carope, al quale era stato concesso dal dio Dioniso come ricompensa per averlo salvato da un tentativo di assassinio. Più discussa l’identità della madre di Orfeo, che in genere viene identificata con Calliope, la più alta in dignità delle nove Muse, protettrice dell’epica e della poesia lirica. Altre fonti attribuiscono invece la maternità di Orfeo a Polimnia, Musa dell’arte mimica o della danza, e altri ancora a Menippe, figlia di Tamiri, mitico suonatore di lira. Qualunque discendenza gli venga attribuita, Orfeo è comunque sempre associato alla figura delle Muse (lo stesso Tamiri è talora considerato figlio di una di esse, Melpomene), e ricondotto a un’area geografica, la Tracia, nota, oltre che per i suoi legami con l’arte divinatoria, anche per la sua vicinanza all’Olimpo (dove spesso Orfeo è raffigurato mentre suona). Secondo alcune tradizioni mitologiche, il poeta tracio aveva anche un fratello, Lino, a sua volta abilissimo musicista, e forse persino un figlio, Museo, nato però non dal suo matrimonio con la ninfa Euridice, bensì da una relazione con Selene, la dea della Luna.

VIAGGIO AGLI INFERI

Secondo ma mitologia greca, Orfeo è il più grande musicista, cantore e poeta dell’antichità, superiore persino a Omero, che alcuni ritengono un suo discendente. Celebrato già in epoca antichissima, ha assunto tratti via via più misteriosi, fino a trasformarsi in una sorta di figura sacerdotale, quasi una divinità attorno alla quale si è sviluppata una teologia di tipo iniziatico, l’Orfismo, che condizionò notevolmente la spiritualità del mondo greco. Lo stesso Cristianesimo delle origini è stato influenzato dalla religione orfica, come testimonia l’esistenza di raffigurazioni di Orfeo nell’iconografia cristiana primitiva. Al di là della sua valenza spirituale, Orfeo è però ricordato dai testi antichi soprattutto per il suo viaggio agli Inferi in cerca della moglie Euridice. La vicenda, narrata tra gli altri anche dal poeta latino Virgilio, inizia quando Euridice, ninfa dei boschi, viene morsa da una vipera mentre cerca di sfuggire a un tentativo di stupro. La giovane muore, ma il marito Orfeo, incapace di rassegnarsi alla sua perdita, scende negli Inferi a cercarla, incantando con la sua musica i mostri che ne sorvegliano l’accesso. Giunto infine dinnanzi ad Ade e Persefone, ottiene dai sovrani dell’Oltretomba il permesso di riportare Euridice sulla Terra, a patto che non si volti a guardarla fino all’uscita dall’Aldilà. La forza dell’amore, però, tradisce Orfeo, che si gira per controllare che Euridice lo stia seguendo, e così la perde definitivamente. Disperato, Orfeo cerca di tornare nel regno di Ade, ma stavolta Caronte è inflessibile e gli nega l’accesso. Al poeta non resta perciò che risalire sulla Terra, dove il rimpianto per la moglie perduta lo renderà ostile verso l’intero genere femminile.


ROCCE IN MOVIMENTO

Con le sue melodie, Orfeo poteva ammansire gli uomini e le belve feroci, far piegare le chiome degli alberi e persino stregare le rocce e gli oggetti, che si muovevano al suono della sua cetra.

LA CETRA MAGICA

La cetra di Orfeo era in genere ritenuta un dono di Apollo, che l’aveva ceduta all’eroe dopo averla ricevuta da Ermes. Altri autori sostenevano invece che fosse stato lo stesso Orfeo a inventare quel magico strumento, oppure che l’avesse modificato portandone le corde da sette a nove (come il numero delle Muse).

FINE DEI SUPPLIZI

Dalle corde di Orfeo scaturivano note così celestiali che, quando egli scese agli Inferi per recuperare la moglie Euridice, la sua musica non solo commosse Ade e Persefone, ma fece cessare per qualche istante persino i supplizi con cui venivano puniti i dannati.

LE SIRENE ZITTITE

Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, Orfeo fa parte della schiera di eroi che, al seguito di Giasone, salpa dalla Tessaglia alla ricerca del Vello d’oro. Dato il suo modesto vigore fisico, egli resta però ai margini di scontri e combattimenti. Durante la navigazione, il suo ruolo principale è quello di capovoga, ovvero di colui che dà la cadenza ai rematori con la sua musica. In occasione di una tempesta, inoltre, egli placa i flutti con il canto e, quando la nave Argo approda in Samotracia, intercede per i suoi compagni presso i Cabiri, misteriose divinità ctonie al cui culto è stato iniziato. La sua presenza di rivela infine decisiva in occasione del passaggio degli Argonauti dinnanzi all’isola delle Sirene: con il suo canto, infatti, egli riesce a superare in dolcezza quello delle Sirene, impedendo ai suoi compagni di gettarsi in mare per raggiungere quei famelici demoni marini.

IL PASTO DELLE BACCANTI

La morte di Orfeo ha dato origine a diverse interpretazioni mitologiche, tutte però concordi nell’attribuire alle donne tracie l’uccisione del poeta. La più comune è quella prospettata dal drammaturgo greco Eschilo, secondo il quale Orfeo, dopo aver perso definitivamente Euridice, vagò a lungo sconsolato per i boschi, fino a che non incontrò un gruppo di Baccanti (dette anche Menadi). Queste lo invitarono a partecipare a uno dei loro riti orgiastici, ma poiché Orfeo, dopo la morte di Euridice, rifiutava ogni contatto con le donne, le Baccanti, offese, lo fecero a pezzi e lo divorarono. Una variante dello stesso mito attribuisce invece l’uccisione di Orfeo alla sua predicazione a favore della sua omosessualità, ritenuta dalle donne tracie un insulto alla loro femminilità. C’è poi una terza versione della leggenda, secondo la quale Orfeo, al suo ritorno dagli Inferi, avrebbe fondato una confraternita di iniziati, dedita a culti misterici ispirati alla sua esperienza nell’Aldilà. Dalla setta erano però escluse le donne che, per vendetta, tesero un agguato a Orfeo e compagni e li massacrarono. Dopo la morte, le Muse raccolsero i pochi resti di Orfeo e li seppellirono a Libetra, sulle pendici del monte Olimpo. La testa dell’eroe, invece, fu gettata dalle Baccanti nel fiume Ebro, che la trasportò fino al mare da dove approdò sull’isola di Lesbo. Qui gli abitanti le tributarono solenni onori funebri ed eressero una grande tomba a ricordo del poeta, seppellendovi anche la sua cetra. Secondo una curiosa leggenda, anche dopo essere stata sepolta la testa di Orfeo continuò a cantare e profetare, fino a che Apollo, indispettito da quei vaticini che allontanavano i fedeli dall’oracolo di Delfi, a lui consacrato, si recò a Lesbo e le intimò di tacere.


UN SIMBOLO SENZA TEMPO

La figura di Orfeo ha conosciuto grande fortuna nell’arte di ogni epoca. Se nel V secolo d. C. Sant’Agostino ne fa il simbolo del poeta-teologo, Severino Boezio, nel De Consolatione Philosophiae interpreta il suo volgersi verso Euridice come un emblema della sconfitta dell’anima legata alle passioni terrene. Nel Rinascimento, il poeta Angelo Poliziano (Fabula di Orfeo) utilizza il mito greco come spunto per una riflessione sul tema di amore e morte. Invece Calderon de la Barca, ne Il Divino Orfeo, fa del cantore tracio una personificazione di Gesù Cristo. La pittura celebra Orfeo con dipinti di numerosi artisti, tra cui Tiziano e Rubens, mentre la musica lo omaggia con l’opera Orfeo ed Euridice di C. W. Gluck. L’arte moderna ha più volte riletto il mito di Orfeo con i testi teatrali di Vinicius de Moraes e Jean Anouilh, le poesie di Dario Campana e Rainer Maria Rilke, i racconti di Gesualdo Bufalino e Cesare Pavese, i film di Jean Cocteau e Albert Camus.